Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

giovedì 26 maggio 2011

Occasione di festa numero 92.

New York Fashion Week Fall 2011.

Prints and Patterns / 1.

New York, sempre pragmatica e concreta, stavolta cede alle suggestioni grafiche di stampe, motivi geometrici, fiori, righe, alternando outfit iperfemminili e da signora a interessanti commistioni sportivo/elegante di cui sono esempio i numerosi e riusciti accostamenti, visti in passerella, parka/vestito da sera. 
E tra l'altro sono soprattutto gli abiti, da cocktail, da sera o da giorno, a seguire il leitmotiv grafico.
Ciò che più sorprende, tuttavia, è la significativa presenza di abiti di ispirazione pittorica, vere e proprie tele su cui spiccano poetiche illustrazioni, omaggi all'action painting, tributi alla pittura di Gerhard Richter e persino l'immagine di una libreria (vd. l'abito di Zero Maria Cornejo), i cui libri sono inediti elementi grafici di un motivo smaccatamente geometrico.
Nota di merito alle bold prints, stampe dai colori accesissimi, ironiche e ultrafemminili, con una menzione speciale per la solarità e freschezza delle creazioni di Duro Olowu, designer nigeriano trapiantato a Londra, e di L.A.M.B., il sorprendente marchio di Gwen Stefani.
Enjoy!
Ps: cliccate sulle immagini per vederle ingrandite!

Painting

Rachel Comey
Oscar De La Renta
Kevork Kiledjian
Libertine
Milly
Rodarte
Timo Weiland
Zero Maria Cornejo

Bold prints

Diane Von Furstenberg
Diane Von Furstenberg
L.A.M.B.
Milly
Duro Olowu
Duro Olowu
Peter Som
Barbara Tfank
Thakoon
Flowers

Alice + Olivia
Rachel Comey
Karen Walker
Nanette Lepore
Tracy Reese
Anna Sui
Geometrics

Alice + Olivia
Tory Burch
L.A.M.B.
Marc by Marc Jacobs
Preen
Proenza Schouler
Cynthia Rowley
Ladylike Graphics

Victoria Beckham
Chadwick Bell
Stephen Burrows
Douglas Hannant
Christian Siriano
Rebecca Taylor
Barbara Tfank
Zero Maria Cornejo
Stripes

Stephen Burrows
Kelly Wearstler
Duro Olowu
Rodarte
Jeremy Scott
Thakoon
Karen Walker
Rag & Bone

lunedì 23 maggio 2011

Occasione di festa numero 91.

Lo scorso giovedì 19 maggio, con un entusiasmo da adolescente rimbambita, ho assistito al concerto di Lorenzo Cherubini, aka Jovanotti. Avevo il biglietto fin da gennaio, opportunamente allertata dal mio caro amico Dario.
Ebbene.
Ciò a cui ho partecipato è stato ben più di un concerto: è stata una bellissima occasionedifesta, di quelle che non si scordano. Onore a te, Jova: hai sorpreso tutti, forse anche te stesso.
Soprattutto quando mi hai tirato fuori il cappellino da baseball alla rovescia e hai intonato Ci si skiaccia, perché evidentemente non ti dimentichi della tua attitudine allegramente cazzona che tanto ti fa amare da tutti, trasversalmente, in barba a generazioni e gusti musicali diversissimi.
Per quanto mi riguarda, come ben sapete (vd. Occasione di festa numero 78), è di Jovanotti la prima cassettina che coscientemente scelsi, da bambina: La mia moto, anno 1989. Poi l'amore per il rock e il maledetto grunge mi fece allontanare dalla sua musica, che stava diventando troppo commerciale e paracula per i miei gusti. Qualcosina mi piaceva, tipo L'ombelico del mondo, Bella, Questa è la mia casa. Ma poca roba. Ho ricominciato a seguirlo da Tanto(3), che secondo me è un brano pazzesco, ma soprattutto da Fango, il primo singolo di quell'album spettacolare che si chiama Safari. Ecco, Fango è una di quelle canzoni che puntualmente mi spezzano il cuore. E' uscita quando stavo male, malissimo, e mi sembrava che riuscisse a esprimere il mio stato d'animo più di quanto riuscissero a fare le mie stesse parole. "Ci si sente soli dalla parte del bersaglio/e diventi un appestato quando fai uno sbaglio/un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te/ma ti guardi intorno e invece non c'è niente" - scrivo queste parole, e scende una piccola lacrima. Come ogni volta. E poi l'assolo di Ben Harper alla fine del pezzo. Non fatemi dire altro.
 
In seguito ho scoperto che Lorenzo la dedicò al fratello Umberto, che era morto tragicamente alcuni mesi prima. Questo spiegava molte cose. 
Fango mi portò a scoprire l'intero album. E, a ogni ascolto, rimanevo sbalordita da come il pincolone alto quasi due metri che vent'anni prima cantava "musica, musica, musica della Madonna, gente gente gente divertente" fosse arrivato a scrivere un capolavoro come Temporale, con quella frase incredibile "Quando c'è troppa virtù il cuore mi si intasa/La cura è spesso nascosta dentro alla malattia". E poi la solarità intelligente di Mezzogiorno, la cavalcata folle della title-track (con Giuliano Sangiorgi), la dolcezza infinita di Come musica (più bel video italiano di sempre, quello con le escavatrici che danzano!), l'insolenza di Punto, e quell'altro capolavoro che si chiama Mani Libere, con Michael Franti ("Quante domande mi affollano la testa/In questi giorni di grande dolore/Oggi è il primo giorno del tempo che ci resta/Un giorno buono per incominciare"). 
Ecco che quindi, lo scorso gennaio, ho salutato l'uscita del successore di cotanto disco con grande entusiasmo e curiosità. E la cosa incredibile è che non solo non sono rimasta delusa, ma anzi ho constatato come il mio percorso sia in un certo senso simile al suo, da qualche anno a questa parte: la crisi profonda, la svolta, la creatività, le domande, e Ora, per l'appunto: la voglia di ballare, il sound, l'entusiasmo, il modo migliore per vivere l'hic et nunc senza dimenticare chi siamo e da dove veniamo. E siccome nel mio cuore ci sarà sempre un posticino per quel Beastie Boy de noantri che negli anni Ottanta cantava "Gimme five, all right", sentire pezzi come Dabadabadance, La Medicina, Go!!!! ha riconciliato lui e me con il passato e con una serie infinita di altre cose.
Il ballo, le good vibes, il momento presente sono la risposta, e lo sono state per quasi tutte le due ore e mezza di concerto, in cui Lorenzo non si è risparmiato, con le sue irresistibili mosse disarticolate, e le scarpe glitterate fantastiche, e la grande band, e i vestiti supercool, e ha trasformato l'asettico e acusticamente infelice Palaolimpico di Torino in un dancefloor gigantesco, dove si sudava, si saltava, si cantava, si condivideva.
"Ragazzi siamo qui per festeggiare, festeggiare il fatto che ci siamo, qui, adesso": se non è un'occasionedifesta questa, ditemi voi quale dovrebbe essere.

NB: (bellissime) fotografie di Fabio Marchiaro tratte da Rollingstonemagazine.it

giovedì 19 maggio 2011

Occasione di festa numero 90.


Libraries gave us power
Then work came and made us free
What price now for a shallow piece of dignity
I wish I had a bottle
Right here in my dirty face
To wear the scars
To show from where I came

We don't talk about love
We only want to get drunk
And we are not allowed to spend
As we are told that this is the end

A design for life

I wish I had a bottle
Right here in my dirty face
To wear the scars
To show from where I came

We don't talk about love
We only want to get drunk
And we are not allowed to spend
As we are told that this is the end

A design for life

We don't talk about love
We only want to get drunk
And we are not allowed to spend
As we are told that this is the end

A design for life
A design for life
A design for life
A design for life

A design for

Manic Street Preachers, A design for life (1996)

martedì 17 maggio 2011

Occasione di festa numero 89.

... e anche questa volta dovevo mettere su un altro post e invece. Che bello scompaginare i programmi.
Niente, alla fine mi tocca parlare di una occasionedifesta che, per la sottoscritta, in realtà non lo sembrava, anzi una volta lo era, poi ha smesso di esserlo, e poi... bla bla bla.
Sto parlando del Salone del Libro di Torino, iniziato giovedì scorso e terminato ieri, e da me visitato ben due volte (con l'ingegnere e col papys). 
Al tempo delle prime edizioni, alla fine degli anni Ottanta, non me ne perdevo una. Ci andavo sempre con mio papà e ricordo quelle bellissime t-shirt con stampate sopra citazioni famose (ma esistono ancora?), mi pare si chiamassero Parole di Cotone, o qualcosa del genere. Io portavo orgogliosa la mia M'illumino d'immenso. Mi sembrava il modo migliore per presentarmi agli altri, una sorta di tag grosso così. Poi ovviamente c'erano i libri, tanti tantissimi, tutti insieme, tante persone, accomunate dalla stessa passione, e anche tante persone famose. Sembrava il posto giusto dove stare per cinque giorni all'anno. E così è stato per me, almeno fino a qualche anno fa.
E io sognavo. E' da allora che sogno di far parte di quel mondo, e che ce l'ho messa tutta per riuscirci. Per un certo tempo ce l'ho fatta, davvero. E con le mie sole forze. Per il momento il sogno è in stand-by, ma ancora vivo.
Però. C'è un però. Il sogno, per un certo periodo, si è spezzato. Anzi diciamo pure frantumato, distrutto, disperso.
Quel sogno è il mio tallone d'Achille, e la disillusione per tanto, troppo tempo mi ha spezzato le ali. Per farla breve: andare al Salone del Libro, dopo la grande delusione degli ultimi anni, mi provocava un dolore quasi fisico. Ogni volta era uno schiaffo: ecco, noi siamo qui, facciamo questo lavoro, e tu invece no. Guardaci, siamo cool, siamo perfetti, siamo arguti colti e infallibili, e invece tu no. Tu ci guardi.
E siccome io sono un'aquila che si crede un pollo, vedevo tutte queste persone come enormi e bellissimi rapaci dalle ali spiegate.
Questo è successo fino a venerdì scorso, quando la mia visita al Salone con l'ingegnere è stata faticosa, dolorosa, anche fastidiosa (per dire: non me lo avesse chiesto lui, quest'anno non ci sarei andata mai e poi mai. Ok, l'ho detto). 
Non vedevo l'ora di tornare a casa. Non ho comprato nessun libro. Volevo solo uscire da lì.
Mi maledicevo per aver promesso a mio padre che il lunedì avrei accompagnato pure lui.
Insomma: ho passato un weekend discretamente malinconico.
I vecchi fantasmi sono tornati a bussare alla mia porta, e devo ringraziare questi anni di disciplina interiore se ne sono uscita tutto sommato indenne.
Ieri mattina, mentre ero in bagno a prepararmi, ho pensato: ma vaffanculo. Questa sono io. Questo è il mio mondo. Io sono un'aquila, non sono un pollo, cazzo. Avanti: fiore tra i capelli, e si va!
Dico solo che siamo stati in giro per il Salone qualcosa come sette ore consecutive. Ho girato per gli stand con calma, serenità, scrutando le copertine, sfogliando pagine profumate, cercando di memorizzare tutto quello che mi piaceva. Guardando le persone.
Ho scelto, accuratamente, tre libri. Tre soltanto. 
Paolo Pejrone: In giardino non si è mai soli. Krishnamurti:  Liberarsi dai condizionamenti. Aldo Nove: La vita oscena.
Libri utili. Per la mia vita, il mio senso estetico, la mia disciplina. Libri che mi raccontano delle cose e che raccontano chi sono io. Libri che aiutano a "leggermi".
La riconciliazione è stata coronata da un giretto, con la cara carissima Noemina, al Bookstock Village, l'area dedicata ai minilettori. Grazie amica mia.
Lo spazio 0-14 era puro incanto. Ed è lì che il sogno è ricominciato. 
Decine, centinaia di libri illustrati, in francese, spagnolo, arabo, russo; un magnifico libro tutto nero (Il libro nero dei colori) pensato per i non vedenti ma ancor più utile a tutti gli altri per riacquistare la vista (quella autentica), dove i disegni sono in rilievo e chiedono di essere toccati, sfiorati, accarezzati; un libriccino-mappa de I Tre Porcellini illustrato dall'incantevole Ilaria-Pencil; le favole di Rébecca Dautremer, eterea e poetica, con il suo Elvis e la sua Baba Yaga; il libro che reinterpreta i dipinti più famosi sostituendo le teste umane con teste animali (la dama con l'ermellino ERA un ermellino!!); la favola di Codrillo; il racconto illustrato L'abbraccio, di David Grossman, su cui io e l'amica Tazzina abbiamo versato calde lacrime.
Questo è il mio mondo. Questa sono io. Sto tornando.

mercoledì 11 maggio 2011

Occasione di festa numero 88.

Amici! Oggi è una doppia occasionedifesta: infatti è il ventinovesimo compleanno del mio superamatissimo ingegnere... Ma non solo! Sono infatti la fortunata vincitrice del giveaway che la mitica Ilaria del blog Inapencil ha messo in palio per il suo primo compleblog... Grazie Ilaria! A molto presto! :)
Che dire allora. Bisogna festeggiare!
E per farlo bisogna spargere spensieratezza, buonumore e positività!
Ecco che allora rispolvero uno dei must del mio vecchio blog: la recensione del film Zohan, con Adam Sandler. Andatelo a recuperare, vi garantisco una serata allegramente cazzona.


ENJOY... AND LET'S CELEBRATE!


Silky-smooth Zohan.



Può un film di rara incongruenza, imbecille nel senso migliore del termine, tenere inchiodati a una poltrona con la pancia in mano per quasi due ore? Può, può. Soprattutto se si tratta di una delle ultime, strepitose performance di Adam Sandler, attore di notevole spessore purtroppo un po' sottovalutato in Europa.
Zohan, questo il titolo del film - terribile il sottotitolo italiano, come sempre: "Tutte le donne vengono al pettine" - può scatenare le reazioni più disparate, fin dalla visione della (inguardabile) locandina: un Adam Sandler in posa improponibile, l'enorme pacco in bella vista, i capelli phonati di fresco, shorts sbrindellati, orribili ciabatte e una kitchissima t-shirt di Mariah Carey epoca Heartbreaker. 
La storia è semplice quanto assurda: Zohan è il più temibile degli agenti del Mossad, dotato di un innegabile cattivo gusto e stallone di gran fama. Il guaio è la sua passione segreta: Zohan aspira a diventare un grande coiffeur, vuole fuggire, vuole ricostruirsi una vita a New York, lontano dalla guerra, vuole rendere le persone silky-smooth, di seta morbida. Così farà, trasformandosi nel richiestissimo Scrappy Coco, meraviglioso parrucchiere per signore old-fashioned, che, oltre a taglio e piega, offre un servizio ben più gradito. Ma il passato è in agguato...
Kitsch e politicamente scorretto com'è, il film mette in ridicolo una questione serissima come quella dell'odio israelo-palestinese, senza usare troppe metafore e utilizzando una tale quantità di luoghi comuni da far arrendere, esausto e divertito, lo spettatore più resistente. Una girandola di invenzioni nonsense, un ritmo indiavolato e degli attori spassosi e bravissimi: da Sandler, che conferma il suo talento comico accettando un ruolo inaccettabile, anzi divertendosi un mondo nel prestare una esplosiva fisicità e un caricaturale accento ebraico al suo personaggio, a un divertentissimo John Turturro nei panni del più acerrimo nemico palestinese di Zohan (da non perdere la parodia di Rocky...), alla deliziosa Emmanuelle Chriqui, padrona palestinese dell'hair parlour dove Zohan metterà in mostra il suo talento.
Le scene cult si sprecano, tanto da far diventare Zohan-addicted fin dalla prima visione. Si ama o si odia, Zohan: tutto sta nell'atteggiamento dello spettatore. Unico requisito richiesto: saper spegnere il cervello, e lasciarsi andare alla risate più sconvenienti, idiote e terapeutiche della stagione.