Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

venerdì 11 febbraio 2011

Occasione di festa numero 63.

Cosa facevate voi a 21 anni? Io andavo all'università, uscivo con gli amici, progettavo il mio viaggio studio a San Pietroburgo e, per la prima volta nella mia vita, mi innamoravo. Bello, bellissimo, ma tutto sommato normale. Adele Adkins, da Londra, a ventun anni, dopo aver rilasciato il suo primo album intitolato 19 - un buon disco, ma poco incisivo - preparava quello che, probabilmente, era l'album della vita. Sarebbe uscito un anno dopo (gennaio 2011, per noi che ce la contiamo), col titolo 21, sbancando classifiche e inanellando recensioni entusiastiche un po' in tutto il mondo. 
21, oggi, è il re del mio Ipod, dopo nemmeno una settimana di ascolti. E guardate che non ci sono messaggi subliminali tipo ascoltamiascoltamiascoltami, né tantomeno si nascondono inni a satana se lo sentite alla rovescia. E' un album onesto, vero, la chiave è tutta qui: nella bellezza delle canzoni, nella loro immediatezza, nella loro sincerità. Nel non voler essere null'altro da ciò che sono.

Ragazze, Adele è una di noi: carina ma non bellissima, qualche chilo di troppo, un amore finito alle spalle, una testa che funziona e una bella grinta sospesa tra incazzatura e malinconia. Non è un genietto come Janelle Monae, non è un talento della comunicazione come Lady Gaga, non è supercool come Florence Welch e neppure una bomba sexy come le varie Beyoncé, Shakira, Rihanna o Katy Perry. E' semplicemente un'artista con gran cuore, carattere, classe e  - in più - una voce da far tremare i polsi.  
Una ragazza che, dopo un iniziale impasse al momento di scrivere i pezzi del "secondo, difficile album" (si dice così, che ci vuoi fare), a un certo punto trova il varco e si butta. Soffre, cresce. Si mette in gioco. Si fa aiutare da produttori coi fiocchi (dico solo un nome: Rick Rubin), mette a frutto anni di ascolti reiterati di Ella Fitzgerald ed Etta James, libera il blues, incanala le emozioni nelle corde vocali e le fa uscire. Voilà, tutto qui. Era solo questione di trovare la propria voce, ma si sa: se non soffri, non succede. Perché è il dolore che ti insegna chi sei veramente. Ecco un altro motivo per cui è una di noi: perché parla di cose che conosciamo bene. Solo che lei ha anche il mezzo per comunicarle.
Il risultato sono undici canzoni di elegantissimo gusto retrò, che non ammiccano né alla dance, né all'r'n'b né a tutte quelle robe così moderne che adesso piacciono tanto, ma sono semplicemente canzoni pop, nell'accezione più nobile del termine, con una coloritura blues per nulla affettata che è più un fatto emotivo che stilistico. Arrangiamenti e interpretazione sono di gran livello, i testi semplici e incisivi, tutti incentrati su una storia d'amore finita male che a volte la fa arrabbiare di brutto, a volte la fa piangere. That's blues, baby. Ed è la nostra vita, filtrata da una voce graffiante e sicura, così sicura da dubitare che davvero ci sia una ventunenne, là dietro. 
Vi ruberà il cuore, a ogni pezzo. E non ne sbaglia uno, accontentando sia chi ama i pezzi tirati (come la sottoscritta), in cui Adele tira fuori una grinta da veterana, sia chi ama i lentacci da strapparsi le budella. Del primo gruppo fanno parte Rolling in the deep, un'opener perfetta, un blues sporco e incazzato da ascoltare dondolando la testa con un bicchiere in mano, Rumor has it, un'affermazione di personalità cupa e potentissima, Set fire to the rain, gioiello pop di grande intensità, e I'll be waiting, che ci fa sognare le migliori performance di Aretha e di tutte quelle grandi come lei. 
I lenti sono ulteriori dimostrazioni di talento, e tra essi spiccano l'accorata Don't you remember, l'elegantissimo soul di He won't go, il grande blues di One and only, la poetica Someone like you. Menzione speciale per un'autentica chicca, la cover di Lovesong dei Cure, in cui Adele offre una grande performance, quasi sottovoce, regalando intensità a un brano quasi lounge.
E' chiaro che, di fronte a un disco così compatto e ispirato, anche il cuore indie più duro si scioglierà come ghiaccio al sole. E' un gran periodo, per le ragazze che fanno musica, ma Adele ha davvero quel qualcosa in più che la rende un instant classic. Imperdibile.

martedì 8 febbraio 2011

Occasione di festa numero 62.

Cari amici. La carogna vi bracca? La bestia non vi fa respirare? La scimmia vuole agguantarvi il collo? Vi sembra di perdere il senso delle cose? Niente paura: arrivo io. Facendomi scudo del gonfalone di Milleoccasionidifesta, prendo la rincorsa ed entro a gamba tesa sulle energie negative che stanno pervadendo la vostra giornata. Non temete, sono esperta. Ieri è capitato a me, e oggi sono qui a raccontarvelo: vi servono altre garanzie? Allora.
Innanzitutto la carogna va riconosciuta. I sintomi sono: 
1) irresistibile voglia di fare a pugni con qualcuno
2) malumore diffuso e pervasivo
3) desiderio compulsivo di ascoltare solamente guns n'roses e rage against the machine (ma anche oasis, così, per solidarietà con il loro lifestyle)
4) sensazione di soffocamento
5) fastidio per chi è di buon umore
6) schizofrenia dei comportamenti e dei discorsi
7) aggravante esclusivamente femminile: sindrome premestruale.
Se vi siete riconosciuti nell'identikit, siete già sulla buona strada: know your enemy, dice per l'appunto una canzone dei rage against the machine. Questa è la strada che vi porterà a ritornare ad essere voi stessi.
Una cosa importante da puntualizzare prima, però: la carogna, la bestia, la scimmia siamo esattamente noi. Parti di noi particolarmente rompicoglioni che, qualche volta, reclamano il loro posto nel mondo. E noi dobbiamo disciplinarci ad ascoltarle, lasciarle sfogare non più di un minuto, accarezzarle sulla testa e farle addormentare. Sono parti di noi: dunque perché trattarle male? Voi vi dareste un pugno in faccia da soli? Io, personalmente, no.
E allora vi racconto come faccio. La prima cosa è dedicarvi a un'attività che vi tenga molto concentrati: con me funziona mettermi a stirare. Non dev'essere troppo piacevole, come attività, né troppo facile, perché non siete nel mood giusto, la mente vagherebbe senza senso dell'orientamento e tutto ciò che fareste vi verrebbe male (aggravando la carogna). Concentratevi solamente su ciò che state facendo, lasciando che i pensieri scorrano davanti ai vostri occhi come frame di un film. Non lo sapete, ma in realtà state più o meno meditando. Questo, per iniziare, vi calmerà. Poi, se siete fortunati come me, cercate il contatto fisico, le coccole, tutto quello che vi viene in mente (di dolce, eh! Mica dovete cercare rissa), con le persone che amate (ma anche ovviamente con cagnolini, gattini, cricetini, coniglietti, insomma: fuffolini di ogni tipo che gironzolano per casa vostra). Fate le cose con calma, una alla volta. Bene. Adesso che siete un po' più calmi, e in testa non avete più quella nebbia pesante che vi stava ammorbando la giornata, potete fare qualcosa che vi piace davvero: cucinare, curare le piante, correre, fare pilates, scrivere, disegnare, ascoltare la musica, guardare un bel film eccetera eccetera. Con un'accortezza, però: no rabbia, no violenza, solo good vibes & happy tunes. Per dire: è inutile che poi dopo tutto questo impegno vi guardiate Saw l'enigmista.
Il risultato delle vostre fatiche sarà che vi accorgerete che il respiro non è più corto, che il tic all'occhio vi è scomparso, che le mani non si serrano più a pugno.
Andrete a dormire pensando che, anche questa volta, avete vinto voi. 
E, il giorno dopo, alzarvi dal letto non sembrerà più un'impresa impossibile e tutto ciò di cui avrete voglia darà di vestirvi, mettere le scarpe e uscire sotto un caldo, limpido sole pseudoprimaverile. Con un unico pensiero in testa: l'occasione di festa, oggi, sono io. Prendi e porta a casa!

giovedì 3 febbraio 2011

Occasione di festa numero 61.

Ieri sera La7 ha trasmesso la prima televisiva di uno dei film italiani più importanti e significativi degli ultimi anni, Il Divo. Per questa grande occasione di festa cinematografica mi autocito, riportando una recensione emotiva dal mio blog precedente, Perfectly Delightful. Buona lettura.

Il Divo: una cupa storia rock'n'roll.

Ne Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov il personaggio di Pilato, protagonista del romanzo scritto dal Maestro, soffre di indicibili emicranie. Il senso di colpa per avere mandato a morte Yeshua Hanozri, il messia venuto a portare una nuova Parola, lo perseguita per tutta la vita, e anche dopo la morte, in un limbo di solitudine alleviato dalla sola compagnia del suo amato cane.
Ne Il Divo, ultima opera di Paolo Sorrentino, la prima immagine di Giulio Andreotti è grottesca e cupa: tanti piccoli aghi gli cingono il capo a mo' di aureola, ennesimo rimedio contro quel mal di testa che lo perseguita da quando Aldo Moro morì, segno tangibile di un senso di colpa perpetuo. 
Da qui inizia un film inaspettato e bellissimo, una biografia dal deciso piglio rock, che racconta la "spettacolare vita di Giulio Andreotti", come recita il sottotitolo, partendo con un attacco furibondo e violento, come nelle migliori rock song: la sequenza dei morti eccellenti dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Novanta, da Moro a Falcone, accompagnati dal teso sottofondo di Toop Toop dei Cassius e da efficaci didascalie tridimensionali rosso fuoco. Altro spaventoso momento rock, accompagnato dalla splendida Nux Vomica di The Veils, la scena dell'assassinio di Salvo Lima per mano mafiosa.
La storia parte così dall'ultimo, il settimo, mandato di Giulio Andreotti quale capo del governo (1991), per arrivare al 1993, l'anno del maxiprocesso per associazione mafiosa, passaggio cruciale dalla Prima alla Seconda Repubblica, che lo vede stanco, sofferente, in preda a insospettabili attacchi di ansia, eppure ancora così potente, cinico, resistente.
Poeticamente efficace la scelta di osservare il Divo Giulio nel momento più crepuscolare della sua vita, nel suo canto del cigno, testimone ancora una volta dei grandi eventi italiani eppure più fragile, vulnerabile, esposto.
Più umano. Non sono d'accordo con chi parla di un Andreotti marmoreo, cinico, freddo, impenetrabile e insensibile. Ciò è vero, ma non è del tutto vero.
Più che The rise and The fall, è infatti l'acme e il subitaneo declino ciò che più interessa Sorrentino, è il cruciale confronto col bilancio della propria vita che genera il dramma privato, la ferma convinzione che "E' inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene": e in questo le parole di Moro, terribili, accusatorie, un vero anatema, sono un po' il contrappunto, la coscienza di tutto il film, il confronto inevitabile e necessario che Andreotti con ogni mezzo aveva voluto evitare e che pure infesta la sua mente sottoforma di terribili emicranie.
Immagini memorabili: Andreotti con il capo trafitto dagli spilli, Andreotti che cammina per una struggente Roma notturna circondato da una poderosa scorta armata, Andreotti che pedala sulla ciclette, Andreotti imbacuccato e col colbacco sotto la neve, i telegatti ricevuti da Andreotti in fila ordinata sopra il camino, i vecchi elettori di Andreotti a fargli visita ogni domenica in cambio di aiuto - regali, giocattoli, denaro -, le vivaci e spregiudicate manovre della corrente andreottiana prima dell'elezione per il Presidente della Repubblica - bruscamente interrotte dall'attentato a Falcone -, il suicidio di Raul Gardini e il suo ritratto di Warhol macchiato di sangue, l'insensata corsa di Andreotti sul pavimento di casa in preda a un folle attacco d'ansia, e poi una delle più belle scene d'amore del nostro cinema: Andreotti e la moglie Livia che, ascoltando I 
migliori anni della nostra vita di Renato Zero, si tengono per mano senza dire nulla, in un attimo denso, delicato, eloquente, misurato. 
Gli attori sono meravigliosi, perfetti, indimenticabili: partendo da Toni Servillo, mostruoso, e non solo per l'incredibile make-up di scena, circondato da Anna Bonaiuto e Piera Degli Esposti, rispettivamente la moglie Livia e la fidata segretaria signora Enea, a lui devote con amore rispetto e fermezza, accanto a Flavio Bucci nei panni del fedele braccio destro Franco Evangelisti ("Oggi quanto me fai penà, a volerte bene..."), e poi la corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, i "brutti ceffi" che lo attorniano per portarlo al Quirinale ("Gli alberi, per crescere, hanno bisogno del concime", dice Andreotti a chi gli fa notare che si sta circondando di cattive compagnie), una vera e propria band tra cui spiccano un eccezionale Carlo Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino) e Massimo Popolizio (Vittorio Sbardella), nei panni del terribile Squalo, figure borderline destinate a finire sotto il giudizio di Mani Pulite.
C'è il grottesco, c'è la tragedia privata, c'è la riflessione allegorica sul potere e sulle sue implicazioni, c'è l'intrattenimento, le frasi memorabili, c'è una colonna sonora quanto mai congrua e calzante, c'è persino un andamento da spy story, da intrigo politico, quando entrano in scena i pentiti di mafia: facce perfette, terribili, ritmo serrato, sceneggiatura infallibile, il tutto intessuto di comico e tragico equamente distribuiti.
Sorrentino sceglie non solo uno stile modernissimo e barocco, grottesco e teso, per raccontare questa storia spettacolare, ma sceglie di non giudicare, di mostrare semplicemente ciò che è stato, lasciando allo spettatore il godimento e il piacere di trarre le proprie conclusioni. Con un tocco di umanissima pietas nei confronti del suo protagonista, non solo nelle scene di affetto muto con la moglie, la segretaria e l'amico Franco, ma anche in quel terribile, liberatorio monologo-confessione che è una vera e propria apologia del potere di dostoevskijana memoria.

"Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l'hanno definita "Strategia della Tensione" – sarebbe più corretto dire "Strategia della Sopravvivenza". Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch'io."

mercoledì 2 febbraio 2011

Occasione di festa numero 60.

Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse era in un capanno dove si erano posate le cesene; su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e sentivi i cani ora vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere. Allora con questo "suonar di bracchetti" ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zufolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente. Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un larice, all'asciutto, cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e per i doni che la natura ti elargisce. Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole, i boschi più scuri e, da una catasta di legna, schizzar via lo scricciolo. Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve.
Mario Rigoni Stern, Stagioni. Einaudi, 2006. 

 

lunedì 31 gennaio 2011

Occasione di festa numero 59.

Occasione di festa numero 59 è stare qui, delusa, arrabbiata ma ostinatamente serena e lucida, e perdermi nella musica, odorare di buono e scrivere, con Giordano nell'altra stanza e mille belle parole nella testa. Ogni tanto sento il bisogno di frenare e fare il punto, interrompere la bellezza delle passioni e guardare dritto in faccia l'enorme muro delle cose reali. Chiudere la giornata col pensiero di avere fatto qualcosa di buono, questo mi manca da un po'. Ma lotto e mi impegno perché questo avvenga.
Amici cari, ve lo dico con tutto il mio cuore, senza svenevolezze, con generosità: difendete le occasioni di festa della vostra vita, a dispetto di tutto ciò che avviene al di fuori, strappando con i denti scintille di luce da giornate che sembrano buie. 
E' solo questione di esercizio.
Dalle scintille al sole pieno è solo questione di muscoli. Ad aspettare che giri giusta abbiamo tempo di diventare cenere.

mercoledì 26 gennaio 2011

Occasione di festa numero 58.

Florence and the Machine. Lungs. Nel mio iPod suona parecchio, e qualcosa vorrà pur dire. Certo, lei è strana. La voce, all'inizio, non piace granché. Le canzoni sembrano tutte uguali. Epiche, leziose, ridondanti. C'è persino l'arpa. I video sono bizzarri, talvolta morbosi. Squinternati forse è il termine giusto. Ecco: diciamo squinternata e la inquadriamo lì. 
Però perché quando passano le sue canzoni le ascolto? E i video, cos'avranno mai di così interessante da farmi fermare ogni volta a guardarli? Poi un giorno sento una canzone: si chiama Dog days are over. Parte piano piano, c'è una bella base ritmica con tanto di clap clap, e poi esplode, diventa convulsa, e la voce imperiosa, una canzone che cresce cresce cresce e poi non ti molla più, la devi ascoltare e riascoltare e incredibilmente non ti stanca mai. Ti intossica. Eppure c'era l'arpa, com'è possibile. 
La spiegazione è semplice: un artista non vale nulla se non ci sono le canzoni. E se ci sono, anche l'artista apparentemente più lontano dal nostro mondo ha qualcosa da insegnarci, può condurci in un mondo che non conoscevamo e di cui, magari, ci innamoreremo perdutamente.
Ecco, adesso avete capito cosa è successo con la musica di questa artista londinese, classe 1986, fantastici capelli rossi, gambe lunghe e viso quadrato, partita ovunque in sordina e poi consacrata definitivamente dalla incredibile esibizione agli ultimi MTV Video Music Awards - in cui dev'essere sembrata un'aliena, anche solo per il fatto che a) la canzone era una gran canzone; b) l'esibizione era artisticamente strutturata, con una bellissima coreografia e c) ha colpito nel segno con classe ed eleganza in una serata in cui Lady Gaga se n'è arrivata con una bistecca in testa (che poi mi sta pure simpatica, Lady Gaga. Però...).
Così si entra nel mondo di Florence Welch e della sua band: in punta di piedi e con la puzza sotto il naso. Un passettino in più, e scatta l'assuefazione. Perché, se è vero che le origini sono indie-cantautorali - un po' Kate Bush, un po' Sinead O' Connor, un po' Fiona Apple - in realtà il progetto è semplicemente pop, arioso, a volte forse iperprodotto e "leccato" (da lì quella sensazione di ridondanza e di leziosità), però scava scava le melodie ci sono, e soprattutto c'è la gran voce di Florence, espressiva, esplosiva e direi persino soul. 
E i testi? I testi sono cupi, morbosi, carnali. Fin dal titolo (Lungs: polmoni) e dalla copertina, si parla di corpi, labbra, occhi, cuore, mani, organi, respiro, morte, amore, muscoli, senza mezzi termini ma anche con ironia tipicamente british. Ironia che le permette infatti di alleggerirsi, tanto che chi non conosce l'inglese, e ascolti semplicemente la musica, avrà l'impressione di essere immerso in un sogno pop celestiale e rarefatto, direi anzi luminoso.
Tredici canzoni come tredici perle di un'unica collana: dalla già citata Dog days are over, che apre le danze egregiamente, alla intensa Girl with one eye (che a me ricorda l'amatissimo Jeff Buckley, e credimi Florence, non potevo farti complimento migliore), passando per la cupa ed epica - vedere il video - Drumming song, fino alle splendenti Cosmic Love, davvero un sogno scintillante, e Hurricane Drunk, solo per citare le canzoni dell'album che ascolto e riascolto più volte senza mai stancarmi.
E credetemi, in un iPod che contiene più di tredicimila canzoni riuscire a calamitare la mia curiosità per più di una settimana non è cosa facile. Musicalmente parlando, sono una gran rompicoglioni.

lunedì 24 gennaio 2011

Occasione di festa numero 57.

Steve McCurry: vita, Storia, immagini.

Lo scorso Natale ho regalato a Giordano un libro davvero splendido, edito da Phaidon: Ritratti, di Steve McCurry. Ora, non a tutti dirà qualcosa il nome di questo fotografo ma, guardando le decine di libri in esposizione quel giorno, nessuno sarebbe potuto rimanere indifferente a quella copertina: il ritratto di Sharbat Gula, la ragazza afghana, con la sua dignità e timidezza, il velo lacero, e quei bellissimi occhi di ghiaccio dall'espressione atterrita e triste, è una delle immagini fotografiche più famose al mondo, un'icona triste del Ventesimo Secolo paragonabile, per forza ed enigmaticità, alla Gioconda leonardesca. E' una foto che tutti hanno visto, almeno una volta nella vita, e già da sola basterebbe a raccontare del suo autore, senza troppi giri di parole. Ma questo è un blogghino, ed è fatto di parole. Quindi, sorry Steve: sei tu il prescelto per inaugurare la mia modesta rubrica di fotografia. Perché la fotografia è una bellissima occasione di festa.
Chi è Steve McCurry? 
Steve McCurry, nato a Philadelphia il 24 febbraio 1950 (Pesci, aggiungo anche), è considerato uno dei maggiori fotogiornalisti viventi: ha infatti legato la sua fama ai rischiosi reportage in Afghanistan, i primi dei quali realizzati poco prima dell'invasione sovietica. Dopo la prestigiosa Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad approda a National Geographic, rivista di cui è unanimemente considerato il fotografo più significativo. 
E' infatti del 1985 il ritratto di Sharbat Gula, la piccola orfana di Peshawar: sarà la più famosa copertina di National Geographic in tutta la sua storia. L'anno successivo entra a far parte della scuderia Magnum Photos, mentre i premi si susseguono, così come i reportage nei luoghi più martoriati del pianeta: l'Iran, l'Iraq, l'ex Jugoslavia, Beirut, la Cambogia, le Filippine, la Guerra del Golfo, l'amatissimo Afghanistan, fino all'attacco alle Twin Towers a cui lui, newyorkese, si trova ad assistere appena tornato dal Tibet. Per National Geographic ha realizzato servizi in Tibet, Afghanistan, Burma, India, Iraq, Yemen, nonché sul Buddismo e sui templi di Angkor Wat.
I Ritratti editi da Phaidon sono una raccolta e una testimonianza di trent'anni di straordinaria carriera, un'avventura in cui il viaggio è la mèta stessa. Pur considerandosi - ed effettivamente essendo - un reporter, McCurry dispone dell'innata capacità di entrare in empatia coi soggetti che poi andrà a ritrarre, e che per lui sono le pagine non scritte del grande libro della Storia. 
Nell'attimo fugace dello scatto fotografico, che demanda al reporter tecnica, intuito, audacia e capacità di cogliere l'attimo, il soggetto rivela se stesso in modo totale, quasi fosse conscio del poco tempo a disposizione e dell'enormità, dell'urgenza, del messaggio da trasmettere al mondo. In questo modo, Sharbat Gula diventa il simbolo della povertà, della paura, ma anche della dignità delle donne afghane durante gli anni terribili del conflitto, così come ciascun altro soggetto ritratto racconta al contempo la propria storia e quella del proprio Paese, o semplicemente del proprio mondo.  
I bambini e le donne sono i suoi soggetti favoriti, e colpisce la delicatezza dello sguardo del fotografo, rispettoso e discreto ma aperto, in un modo magico e complice, e conseguentemente la spontanea disponibilità di chi viene ritratto, spesso sorridente pur in situazioni drammatiche. 
McCurry non è un purista della fotografia, e sinceramente sorprenderebbe il contrario, considerate le situazioni in cui spesso si trova a dover scattare, e tuttavia mantiene sempre ferma una padronanza tecnica che gli fa ottenere pregevoli risultati pur nell'urgenza del momento. Si è recentemente convertito al digitale, e la sua strumentazione professionale si limita spesso a due soli apparecchi Nikon. L'uso della luce e del colore è completamente naturale, tanto che non esistono foto di McCurry in bianco e nero: "la realtà è colorata e a me piace rappresentarla così come la vedo". 
Poesia, azione, audacia, cuore, testa, tecnica, reattività, incoscienza: dovessi descrivere sinteticamente la fotografia di Steve McCurry, userei queste parole. O meglio ancora: mostrerei a chi non lo conosce i suoi ritratti. Quello di Sharbat Gula, soprattutto.

PS: nel 2002 McCurry tornò in Afghanistan a cercarla. E la trovò, fotografandola ancora dopo diciassette anni.