Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

martedì 16 dicembre 2014

#207. year-end list/3: gli album

Quello che va chiudendosi è stato sicuramente un anno di grande musica, anche se molto interlocutorio. Ci sono stati grandissimi exploit solisti, soprattutto femminili, grande canzone d’autore con due eroi degli anni 90 e un paio di sorprese gradite.
A parte il primo posto, che è stato un fenomeno sociologico-musicale di grande impatto sulla cultura popolare - e che stacca di molte lunghezze tutti gli altri - la sensazione è stata quella di una omogenea eccellenza, senza però il gran numero di picchi altissimi dell’anno scorso. Oggi si fa moltissima musica, la si diffonde e condivide e comunica come mai prima d’ora, e forse proprio per questo la barra si è alzata così tanto, e i passi falsi (vedasi gli U2) vengono come rimossi e rigettati immediatamente dalla memoria collettiva.
Proprio per questo, a mio avviso, siamo in una fase interlocutoria: siamo in una fase in cui la musica sta tentando di autodefinirsi, di trovare nuove coordinate per interpretare al meglio i supersonici cambiamenti del nostro tempo. In questo panorama vince chi ha saputo trovare la propria voce: ridefinendo le regole del gioco, mettendosi a nudo, rifacendo al meglio ciò che è stato fatto nel passato, puntando tutto sulla musica, o sull’interpretazione, o sulla creazione di un’atmosfera, o sulla produzione.
Ho scelto forse le personalità, prima ancora che la musica.
Ho scelto gli statements più potenti dell’anno.
Spero, se ancora non li conoscete, di aiutarvi a farlo lasciandovi suggestionare dai miei consigli. Buon ascolto!


10. Run the Jewels: Run the Jewels 2


Sono convinta che l’hip hop non sia una faccenda da (brave) ragazze, profondamente misogino com’è. Fortunatamente, esistono le eccezioni ed eccolo, il capolavoro.
Run the Jewels è il progetto comune di due rapper all’apice della loro carriera: El-P e Killer Mike. Sono nomi che alla più parte non diranno nulla: ci basti sapere che si tratta di due amici e campioni dell’underground hip-hop con carriere più che decennali alle spalle.
La produzione è la migliore sentita quest’anno: beat violentissimi dietro inaspettate aperture melodiche, campionamenti sempre a fuoco, il tutto a sostenere il flow impeccabile di entrambi. Che, diciamolo, 
complice la loro dialettica interrazziale non le mandano a dire a nessuno palleggiandosi con fluidità le rime con una lucidità e franchezza che dovrebbe essere la cifra per eccellenza del rap. In questo senso, siamo di fronte a uno dei migliori tentativi di cogliere lo zeitgeist di un’epoca supersonica e molto violenta, quasi a fornire la colonna sonora alle proteste per gli eventi di Ferguson e New York (ascoltate Early). 
Necessario, sfrontato, profondo.
la migliore è: Close Your Eyes (And Count To Fuck) feat. Zach De La Rocha
ma io ti consiglio anche: Blockbuster Night Part 1; Lie, Cheat, Steal; Early feat. Boots

9. Sia: 1000 Forms of Fear

Sia Furler è la campionessa pop del 2014: negarle questo titolo è disonestà intellettuale. Riluttante ed elusiva com’è, la trentottenne australiana sembrava destinata a rimanere soltanto autrice di canzoni pop sontuose ed epiche: Diamonds di Rihanna, Titanium di David Guetta, Pretty Hurts di Beyoncé - per citare le più famose.
Quello che nessuno immaginava è che si fosse tenuta le migliori per sé: e ci si trova inaspettatamente tra le mani una delle più memorabili confezioni pop degli ultimi anni. Certamente c’è una sensazione di familiarità nelle melodie, visti i trascorsi, ma quello che qui fa la differenza è la voce di Sia, capace di volare altissima e di spezzarsi sulle note più impervie per eccesso di sensibilità.
Se non avete paura di emozionarvi, questo è decisamente l’album che fa per voi.
Da far scoppiare il cuore.
la migliore è: Chandelier
ma io ti consiglio anche: Eye of the Needle; Elastic Heart; Free the Animal

8. Lana Del Rey: Ultraviolence

Lana Del Rey, autrice di uno dei più impressionanti esordi degli ultimi anni, avrebbe potuto continuare a giocarsi la carta della bambola dark per il resto dei suoi giorni.
Sceglie invece una strada obliqua: la resa compatta e coerente di un’atmosfera, tra decadenza e disillusione. Lo fa senza per questo rinunciare al suo immaginario, che costituisce il fascino e il punto primo di interesse del suo personaggio, ma scegliendo il codice della canzone rock, con un omaggio a certe tematiche balorde alla Lou Reed (nella magnifica Brooklyn Baby) ma anche alla psichedelia della grande tradizione rock californiana.
Il tutto rinunciando a pomposità orchestrali e volgarità in fase di produzione che appesantivano il suo esordio, facendo propendere per la teoria del bluff.
Un secondo album come questo è la migliore risposta ai detrattori: piaccia o meno, Lana Del Rey è un’artista con molte cose da dire, e oggi non è poco.
la migliore è: West Coast
ma io ti consiglio anche: Shades of Cool; Brooklyn Baby; Black Beauty

7. Jessie Ware: Tough Love

Anche Jessie Ware era attesa con impazienza all’impegnativa prova del secondo album: troppo raffinato, sensuale e significativo era stato il suo debutto Devotion. Qui Jessie continua su una strada che privilegia l’intensità dell’interpretazione, nonostante la sua voce lasci intuire di saper fare ben altro e, affidandosi ancora una volta a una schiera di autori e produttori di altissimo livello, mette definitivamente il sigillo al suo status di erede legittima di Sade e Lisa Stansfield.
Talvolta tradisce la volontà - sacrosanta - di ampliare la sua fetta di pubblico, e si avvicina a un pop-soul più di maniera, ma quando invece non teme di osare si svela in tutta la sua originalità, rivelandosi la voce per eccellenza della grande e eterogenea scena elettronica britannica.
Classe e grandi canzoni per la piena riconferma di una voce magnifica.
la migliore è: Keep on Lying
ma io ti consiglio anche: Tough Love; Cruel; Want Your Feeling

6. La Roux: Trouble in Paradise


Dopo un acclamato primo album omonimo che preannunciava l’invasione synth pop dei primi anni Duemiladieci, i La Roux di Elly Jackson erano spariti dalle scene. Il ritorno è una gioia per le orecchie che riprende la forma del pop artificiale dell’esordio, propendendo però per un’ambientazione estiva e rilassata: fin dalla copertina, coloratissima e californiana, ci è chiaro che ascolteremo una omogenea e irresistibile collezione di canzoni pop da spiaggia e da dancefloor sul tema eterno dell’amore. Un album di grande coerenza, tenuto insieme dalla apparentemente gelida voce di Elly che imprime il timbro pesante della sua personalità a canzoni pop di semplice complessità. In una parola: cool.
la migliore è: Uptight Downtown
ma io ti consiglio anche: Kiss And Not Tell; Paradise Is You; Let Me Down Gently

5. Beck: Morning Phase

Gli album che vanno ascoltati in cuffia di solito perdono sostanza alla prova dello stereo: le magie in fase di produzione vanno inevitabilmente perse, anche se ciò non necessariamente è un problema per chi ascolta. Di solito lo è per i malati di musica, ma la maggior parte delle persone ha una immediata sensibilità per la melodia, che viene invece valorizzata dall’ascolto ad alto volume. Morning Phase è uno dei pochi album che vince su tutta la linea: sorprendentemente originale e pulito nell’ascolto a solo, è in grado di riempire ogni stanza quando viene sprigionato dalle casse. Merito della produzione, dei sontuosi arrangiamenti orchestrali e di melodie di grandiosa classicità: un album dietro al quale c’è un grande lavoro autoriale, ma anche la capacità di rendere una sensazione, quella del risveglio, senza trucchi ma con speciale sensibilità di artista. Positivo, rinfrancante e a tratti dolcemente malinconico, è un album che mai mi sarei aspettata dal riluttante antieroe di Loser.
la migliore è: Waking Light
ma io ti consiglio anche: Blackbird Chain; Wave; Unforgiven

4. St Vincent: St Vincent

Ho già dato un’occhiata in giro e non ci sono dubbi: per la stragrande maggioranza delle testate musicali Annie Clark - questo il suo vero nome - vince a man bassa svariate classifiche dei migliori album dell’anno. Me lo aspettavo? Sì, perché St Vincent non solo è un album ispirato e originalissimo, ma perché è la dichiarazione di una artista che ha saputo sviluppare il suo pieno potenziale, allineando magicamente tutti i suoi pianeti - testi, musica, arrangiamenti, video, styling - per creare un mondo che è tutto suo, esclusivamente suo.
Chitarrista sopraffina (per me, un bonus di due milioni di punti), interprete di gran classe e lingua tagliente, St Vincent è potente sia nelle sfuriate rock sia quando flirta col funk o col soul. Tra alienazione da abuso di social network e acuta resa delle contraddizioni moderne Annie crea il capolavoro, che sfiora il podio solo per eccesso - talvolta - di freddezza. O forse è solo un altro espediente narrativo per interpretare da lontano la nostra realtà. Per il resto, potenza pura di una artista al suo zenit.
la migliore è: Prince Johnny
ma io ti consiglio anche: Digital Witness; I Prefer Your Love; Severed Crossed Fingers

3. Chromeo: White Women

La terza posizione è una mia debolezza, è una dichiarazione d’amore per la musica fatta bene: lunga vita ai Chromeo, autori dell’album meglio suonato e più divertente dell’anno. Reduce da problemi di salute avevo bisogno di uno scossone, ed è giunto a proposito il loro irresistibile White Women: un omaggio alla tradizione pop-soul degli anni Ottanta in una raccolta di canzoni ironiche, ricche di inventiva e talvolta cialtrone, sempre eseguite con quell’attitudine che non fa mai pesare quanto lavoro ci sia dietro. E ce n’è tanto: dietro ogni basso slappato, ogni ricamo di chitarra, ogni tocco di sintetizzatore, dietro quella frase ironica o quell’arrangiamento inaspettato c’è la profonda perizia e conoscenza di due signori che ne sanno un sacco ma preferiscono fare quelli che si divertono. Un Random Access Memory elegantemente rétro e senza sicumera, che vi svolterà anche la peggiore delle giornate. Garantito.
la migliore è: Lost On The Way Home feat. Solange
ma io ti consiglio anche: Sexy Socialite; Old 45's; Fall Back 2U

2. Damon Albarn: Everyday Robots

Inquieto e creativo, Damon Albarn è stato non solo una cotta per molte di noi adolescenti degli anni Novanta, ma anche l’ex-Blur di maggiore successo dopo lo scioglimento della band. I Gorillaz soprattutto, ma anche altri svariati progetti paralleli avevano mostrato la sua onnivora curiosità di musicista, rendendolo autore rispettato anche oltreoceano. Everyday Robots è il suo secondo album solista, ed è quello in cui fa i conti con se stesso, mettendosi in gioco completamente: musica e testi, senza filtri. E la musica accompagna in modo misurato e calzante queste amare confessioni: con i mille giochini di produzione - loop, suoni robotici, carillon -, le melodie di bellezza cristallina e senza tempo e la sua voce mai così espressiva e sofferta. E’ stato dolce perdersi in questo intenso flusso di coscienza, e quello che rimarrà nel tempo saranno alcune tra le più belle melodie pop di sempre. Un incanto.
la migliore è: The Selfish Giant
ma io ti consiglio anche: Lonely Press Play; Mr Tembo; Everyday Robots

1. Beyoncé: Beyoncé


Pochi artisti, arrivati all’apice del successo planetario, rischiano così tanto: a mia memoria lo fecero soltanto U2 (con Achtung Baby) e R.E.M. (con Monster). Correggetemi se sbaglio.
Beyoncé, che non a caso è omonimo, è l’opera di una artista al suo culmine professionale e personale che mette in campo tutte le sue risorse e le sue relazioni per realizzare quanto di più vicino vi sia alla sua visione.
E lo fa con un album cupo, un pop certamente non pensato per raggiungere la vetta delle classifiche ma per aprire una strada, senza temere di rivelarsi a tutto tondo come moglie, madre e prima di tutto donna.
Una donna che ha il pieno controllo dei suoi mezzi e delle sue potenzialità, e si trova nella invidiabile - e meritata - condizione di riscrivere le regole.
Non solo a livello di contenuti: l’uscita stessa dell’album è stato un evento di grande impatto sulla cultura pop e sulle modalità di fruizione e distribuzione della musica.
E poi l’utilizzo intelligente dei social network non solo per annunciare l’uscita dell’album, ma per comunicarlo e diffonderlo nei mesi seguenti a più livelli: su Youtube i video di ogni singola canzone sono diventati virali, estrapolazioni di testo sono diventati hashtag popolarissimi come #surfbort o #iwokeuplikethis, su Instagram veniva dato spazio all’accurata immagine privata della nostra per non parlare del colpo di marketing geniale della rissa in ascensore tra la sorella Solange e il marito Jay-Z che si è diffuso su ogni piattaforma.
Chi oggi fa musica deve fare i conti con la sfida lanciata da Queen B: una grande artista che ha saputo mettersi in gioco all’apice della sua carriera rischiando di perdere tutto.
E che invece ha riscritto le regole per chiunque voglia fare questo mestiere.
la migliore è: ***Flawless
ma io ti consiglio anche: Rocket; Partition; XO

#206. year-end list/2: le canzoni. la top ten!

Ed ecco a voi, come promesso, la top ten!
Troverete tutti i brani della mia year-end list di quest'anno - e molti altri che per motivi di spazio non vi racconto qui - nella mia playlist Spotify seguendo il linktheswissbride's favorites 2014. Il mio consiglio è di ascoltarla in shuffle.

Che la musica sia con voi amici!

10. Lana Del Rey: West Coast

Dopo un primo album interessante e imperfetto, nonché di grande successo, ci si aspettava da Lana Del Rey un’insistere sulle note del suo pop cupo e orchestrale costruito su codici come il romanzo noir e il blockbuster hollywoodiano. Fortunatamente non è stato così, e Lana ci ha regalato un album rock prezioso e autorevolmente rétro. In questa intensa collezione di canzoni brilla l’ammaliante West Coast, omaggio senza retorica al dark side del mito californiano. Un ritornello che inaspettatamente rallenta, la voce come sempre cinematografica di Lana Del Rey e il tocco magico di Dan Auerbach dei Black Keys alla produzione. Un sogno che non stanca nemmeno dopo venti ascolti.
video: http://youtu.be/oKxuiw3iMBE

9. Jessie Ware: Keep on Lying

Il vero gioiello di un album elegante, maturo e deliziosamente femminile è una dolce bossanova, minimale e pulita, che si schiude come un fiore per aprirsi in uno dei refrain più magici ascoltati ultimamente. Jessie Ware non solo ha una voce magnifica, ma è una grande interprete, misurata e intensa, che meriterebbe un successo maggiore. Riempite la casa di candele e, se non avete qualcuno con cui ballare, fatelo da soli. La magia sarà la stessa.
video: http://youtu.be/-2yOYonrSEc

8. Banks: Brain

Una cantante e compositrice di cui si sa poco o nulla: eppure Banks, losangelina di ventisei anni con una sconfinata ammirazione per Lauryn Hill e Fiona Apple, è titolare di uno dei migliori debutti dell’anno. A splendere come un diamante nero è questa scomposta e cupa Brain, un R&B dark che ricorda la migliore Aaliyah e che svela lentamente tutta la sua emotività per esplodere in un urlo liberatorio e poi ritrarsi nuovamente. In loop sul mio iPod negli ultimi mesi.
video: http://youtu.be/NL9T42SVnN0

7. Beck: Waking Light

Che io ricordi, nessuna canzone ha mai saputo rendere con altrettanta sincerità e verità il momento meraviglioso dello stupore del risveglio. Una melodia incantata e incantevole, la degna chiusura di un album che non potete perdere per la sua capacità miracolosa di prenderci per mano e farci smarrire in tutte le piccole grandi meraviglie che ci circondano.
Un rock alieno, rétro e arioso, per far entrare in circolo aria cristallina. Respirate profondamente.
video: http://youtu.be/ixtNYSiNyO4

6. Interpol: All the Rage Back Home

Perdonatemi se perdo un po’ del mio aplomb, ma un ritorno così in grande stile per i miei amati Interpol non me l’aspettavo proprio: e invece rieccoli, in forma smagliante, elegantissimi come sempre, ma questa volta più tirati, dinamici e a fuoco. L’incomprensibile testo, che fa intuire una tematica amorosa, sfiora appena il muro di suono costruito con precisione architettonica da una band in grande forma. Un abbraccio a loro.
video: http://youtu.be/-u6DvRyyKGU

5. Run the Jewels feat. Zack De La Rocha: Close Your Eyes (and Count to Fuck)

Prima di far partire questo brano assicuratevi che non ci siano bambini intorno: perché questa è musica che spettina, amici. Quando l’hip hop è grande escono fuori capolavori come questo, dove la furia delle liriche è degnamente sostenuta da una produzione dinamica e compulsiva, fatta di loop che non escono dalla testa e beat potenti come un uragano. Il fatto che Zack De La Rocha, voce degli amatissimi Rage Against the Machine, chiuda col botto il pezzo dopo averlo puntellato per tutta la sua durata è la dimostrazione che ci troviamo in un pericolosissimo campo minato. Dimenticate tutti i peggiori pregiudizi sull’hip hop: questo dà dipendenza e piace anche a noi signore.
video: http://youtu.be/UvVuEEPM3j0

4. Chromeo feat. Solange: Lost on the Way Home

Un altro featuring perfetto: Solange, la sorellina indie di Beyoncé, unisce le sue forze con quelle dei Chromeo, sottovalutato duo di musicisti canadesi autori di un disco che è una gioia per chi ama la musica.
Questo brano è forse l’unico momento serio di una collezione di canzoni spassose e irresistibili: una storia d’amore che gioca tutta sul filo tra romanticismo e malinconia, ma senza mai sprofondare nella tristezza. Merito del magnifico arrangiamento che omaggia il grande soul patinato degli anni Ottanta, e grazie anche alle dolci voci dei due protagonisti, che svelano con tenerezza i propri dubbi e le proprie fragilità. Umana e raffinatissima e, personalmente, fidata amica in cuffia. Adorabile.
video: http://youtu.be/Z2HZVt3S6rk

3. Damon Albarn feat. Bat for Lashes: The Selfish Giant

Arriva terza soltanto perché le prime due sono delle fuoriclasse assolute e mi hanno colpita e affondata ben oltre i reali meriti musicali. Ma The Selfish Giant è la perfezione fatta musica. Damon, carissimo eroe della mia adolescenza complicata, tu qui sei di una bravura che commuove. Costruisci in punta di piedi, quasi come se non volessi farti sentire, una delle melodie più incantevoli che io ricordi. E lo fai con la complicità di Bat for Lashes, una delle cantautrici più sensibili e originali che ci siano in circolazione. Le vostre voci spettrali, il carillon, gli effettini sonori, le mezze parole, i sussurri, il pianoforte elegante, tutto sta al posto giusto. Un groppo in gola che si ripete a ogni benedetto ascolto. Accidenti a te Damon, eroe della mia adolescenza complicata (con Eddie, ma questa è un’altra storia).
video: http://youtu.be/Fs6hlQvqrCY

2. Beyoncé: ***Flawless

Potremmo disquisire ore su questa canzone. Ci sarebbero i detrattori di Beyoncé, quelli che mettono in discussione la sua buona fede, il suo matrimonio e persino la circonferenza della sue cosce. Ci sarebbero gli adoratori, per i quali la stessa è la diretta erede di Madre Teresa di Calcutta. A me non interessa: so solo che questo brano è stato importante, importantissimo per il mio 2014. Musicalmente è interessante, certo, ma ciò che davvero mi ha colpito è stato il messaggio, sia esso stato per Queen B sinceramente sentito o un semplice trend da cavalcare. Nonostante ci sia ancora tanto, troppo da fare, il fatto che un personaggio iconico e così trasversalmente amato come Beyoncé utilizzi la sua popolarità per parlare di femminismo, riportando anche le preziose parole della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, è quantomeno significativo. Lascio ad altri le necessarie analisi sociologiche: per quanto mi riguarda, questa canzone mi ha ispirata come poche altre nella mia vita, dandomi forza e fiducia in me stessa quando queste vacillavano pericolosamente. Mi sembra un motivo sufficiente per amare una canzone con un tormentone così irresistibile come I woke up like this. Piaceva persino alla gatta Amelie, per dire.
video: http://youtu.be/IyuUWOnS9BY

1. Sia: Chandelier


Il mio iPod parla chiaro: questa è la canzone che ho ascoltato di più per tutto il 2014. Non sono sola:
Chandelier piace a tutti, in barba a latitudini, età e gusti musicali. E’ un brano che fa della perfezione pop e dell’interpretazione magistrale i suoi cardini: di qui non si scappa, se volete darvi alla musica moderna. Vi potrà piacere il death metal, potrete esprimervi in growl nella vita quotidiana ma non importa, perché alla magia di Chandelier non scamperete nemmeno voi.
Il merito è tutto di Sia, un nome che a molti fino a pochi mesi fa non diceva nulla ma a cui dobbiamo grande rispetto perché è il nome che sta dietro a canzoni enormi come Titanium di David Guetta, Diamonds di Rihanna, Pretty Hurts di Beyoncé e molte, molte altre (non fate gli schizzinosi, parliamo di grande musica pop).
Un’autrice schiva, terrorizzata dalle apparizioni sul palco, ma che si tiene per sé il pezzo che vale una carriera, quello che parte in sordina, somigliando troppo a Rihanna (anche se in realtà è Rihanna che la imita, si sappia) per poi deflagrare nel refrain definitivo, uno slancio epico ed emotivo così grande da far venire voglia di spiccare il volo.
Come ***Flawless, anche questa è una canzone di autodeterminazione, di profonda fiducia e rispetto di se stessi, quale che sia la nostra natura: e se qualcosa sa farci volare alto, sia una canzone da tre minuti o un film o un romanzo da 2000 pagine, per me non cambia, mi tolgo il cappello e alzo il volume.
video: http://youtu.be/2vjPBrBU-TM

mercoledì 9 aprile 2014

#204. Music Saves Special: Sanremo Edition (Parte 2)

(premessa: lo so, è passato più di un mese e quindi non sto tanto sul pezzo. ma nel frattempo mi hanno operata e non ho più potuto pubblicare il seguito del primo post su Sanremo. eccolo qui)



belli i ricordi rievocati nel mio post precedente, ma ora siamo nel 2014, l'anno della 64esima edizione, l'anno della riproposizione della coppia Fabio Fazio-Luciana Littizzetto tanto piaciuta l'anno precedente: e dunque vogliamo dirle due cialtronate anche noi, visto che tutti si sentono in diritto di farlo?
(non è una recensione eh. che si sappia)
Fabio Fazio & Luciana Littizzetto
è inutile girarci attorno: un bel po' di autocompiacimento e la situazione sempre peggiore di un Paese immerso fino al collo nella crisi economica e nello scoraggiamento hanno affossato quella che probabilmente verrà ricordata come una delle peggiori edizioni di sempre.
ma facciamo come quelli seri: cosa non ha funzionato e cosa invece sì? ha ancora senso un evento di questo tipo in Italia? se sì, quali sono le modalità migliori per farlo continuare a vivere?
partiamo dalle canzoni, che sono l'ossatura, la ragione stessa dell'evento (anche se si tende a dimenticarlo). 
scenografia
è stato da più parti recriminato che le canzoni, quest'anno, fossero deboli. sono d'accordo: a parte i casi della (giusta) vincitrice Arisa, di Renzo Rubino e dei Perturbazione, nessuna ha colto il giusto compromesso tra attitudine pop e senso della melodia tipicamente italiano. in molti casi si è indugiato troppo sul cantautorale, scontentando una grossa fetta di pubblico, e persino i cantanti considerati più accessibili (alla Francesco Renga, per intenderci) hanno proposto brani non immediati e spesso pretenziosi. per non parlare del fatto che si è optato per un numero corposo di artisti poco conosciuti al grande pubblico, ignorando di fatto le preferenze di una parte di spettatori che rappresentano il gusto tradizionalmente italiano. colpa probabilmente dell'effetto-Fazio, conduttore tv che ha ormai abbandonato quell'inclinazione deliziosamente pop e vintage dell'epoca Quelli che il calcio-Anima mia per diventare un serioso primo della classe un po' snob, con in più quel debole per la nostalgia che in questo caso fa da zavorra.
Arisa
da outsider a parte del sistema, anzi burattinaio di un teatro che sembra vergognarsi della leggerezza, che desidera continuamente impartire lezioni, che si pone più in alto di un pubblico - a suo vedere, o almeno così traspare - da ammansire ed educare. 
mai errore fu più grave.
a partire dalla scenografia, che probabilmente voleva trasmettere l'immagine di una bellezza decaduta e sprecata (il tema del Festival, un po' ruffiano, era La Grande Bellezza), passando dai goffi e malriusciti tentativi di intrattenimento dei due conduttori, sia soli che in coppia, arrivando infine alla cimiteriale celebrazione dei 60 anni della Rai, che ha finito per idolatrare vecchie glorie rispettabili ma dall'età media di 70 anni. e che dire degli ospiti stranieri, pregevoli ma quasi tutti di nicchia e sconosciuti ai più? 
in definitiva: tutto ha concorso a un'idea contemporaneamente stantia, supponente e noiosa.
mancava il ritmo, mancava l'alchimia in primis alla coppia di conduttori, probabilmente stanchi essi stessi di recitare la stessa parte da ormai più di dieci anni, mancava la convinzione di quanto si stava facendo, quasi che si tirasse la volata a scontentare tutti in una volta sola.
Renzo Rubino
un Festival di Sanremo, insomma, da dimenticare, anche se non sono mancati momenti pregevoli.
per dirla con parole mie: cosa è piaciuto alla vostra simpatica cialtrona?
1. Arisa. a conferma che il pop è una cosa seria: porta due canzoni, una più cantautorale (bellissima), l'altra più immediata, anche se non banale. le canta benissimo. passa la seconda e vince, in un Festival che voleva avere la puzzetta sotto il naso. dite quello che volete ma per me styling, acconciatura e trucco sono stati perfetti, hanno valorizzato il personaggio rendendolo moderno e ironico (le decolletées gialle!, la pencil skirt argentata disco!). finalmente, dopo anni di gavetta, la consacrazione di un personaggio di grandi qualità artistiche, finora unico nel panorama musicale italiano. brava, bravissima (ok, era la mia preferita. ma non abbiamo sempre detto, su questo blogghino, che quando si mettono d'accordo gli appassionati rompicoglioni e il pubblico da casa è la quintessenza del pop? i Daft Punk di Get Lucky non ci hanno insegnato proprio niente?).
Perturbazione
2. le canzoni di Renzo Rubino e dei Perturbazione. a parte la personale simpatia che nutro per tutti loro (simpatici, umili, eleganti) hanno portato in gara canzoni deliziosamente pop e adorabilmente italiane. pur essendo quasi sconosciuti alle signore a casa hanno strappato rispettivamente il terzo e sesto posto (stra-meritati), a conferma che il pubblico aveva bisogno di leggerezza in un periodo come questo. tié.
3. le cosiddette Nuove Proposte: un livello medio da paura, ben più alto di quello dei cosiddetti Campioni. e dire che qui di pop intelligente ce n'era a palate, c'era la freschezza e c'era la modernità, tanto che ha vinto un rapper non a caso, visto il successo di questo genere musicale tra i teenagers e non solo. ci fosse stato lo stesso coraggio nella selezione dei grandi, probabilmente a quest'ora starei scrivendo un'altra storia. (by the way, i miei preferiti erano Diodato e Zibba, a pari merito. canzoni super).
Diodato
4. l'orchestra. nonostante la penalizzante scenografia, straordinaria.
5. alcune cover nella serata del venerdì: Frankie Hi-nrg con Fiorella Mannoia, Giuliano Palma e la sua orchestra, Arisa con la band danese dei WhoMadeWho. evviva. 
le cose da dimenticare:
1. la tristezza generale. il Paese non vive un momento spensierato: invece di ricordarlo con una scenografia deprimente e di fare le facce (fintamente) tristi e colme di senso di colpa, perché non regalare il sogno? non per fare della sociologia da due soldi, ma negli anni della crisi economica globale c'è stato un ritorno prepotente della musica da ballo: devo ri-citare i Daft Punk? (ok, la sociologia l'ho fatta lo stesso. chiedo scusa). perché in Italia non vogliamo capire che il pop, la dance, il rap non sono generi inferiori? perché non ci entra in testa il fatto che in momenti di difficoltà non si chiede altro che sogni e sana leggerezza (e magari di muovere il culetto)? perché non rispettiamo di più il gusto del grande pubblico? perché dobbiamo ogni volta tafazziarci i maroni con questa storia del cantautorato, come se fosse un genere nobile e più rispettabile?
2. l'atteggiamento didattico e moralista. non è il contesto adatto.
Zibba
3. la celebrazione dei grandi vecchi. dedichiamo a queste cose spazi appositi: che so, uno speciale in seconda serata, anche in prima, via. mica dobbiamo ignorarli o mancare loro di rispetto. dev'essere la forma, e non il contenuto, che deve rispettare la tradizione: modernità e futuro pur restando fedeli allo scheletro dell'evento. in Italia qualcosa di simile c'è, ed è X Factor: possibile non riuscire a traslare questo schema al Festivalone?
4. la scelta degli ospiti musicali. devono essere delle vere star, tali da giustificare la spesa: oggi mi vengono in mente Rihanna, Shakira, Bruno Mars, ovviamente Beyoncé o Adele, Lady GaGa, Katy Perry. un evento catalizzatore deve esserci, l'hype va creato. e poi è questo che cattura l'attenzione dei più giovani, visto che ci si lamenta che non guardano più Sanremo. è inutile invitare i trecento ospiti di una volta: ne bastano un paio, ma di questa caratura. et voilà. lo spazio che resta, magari, lo dedichiamo alle canzoni in gara (soprattutto dei giovani).
invitare ospiti di grande livello ma quasi sconosciuti (penso soprattutto a Rufus Wainwright) mi fa sempre tornare in mente quella attitudine professorale ed educativa di cui il Paese non ha assolutamente bisogno (da parte di chi, poi?). 
e poi basta con i superospiti italiani. o in gara, o niente. facile, così.
Frankie hi-nrg & Fiorella Mannoia
5. gli ospiti non musicali. se proprio non se ne può fare a meno, la scelta di comici o entertainer finora si è rivelata la più saggia (e apprezzata): alleggerisce, dà ritmo, colora. ricordate il trio Marchesini-Solenghi-Lopez nel 1989? basta anche alle autopromozioni Rai su fiction e sceneggiati vari: esistono già gli spot pubblicitari, il rischio è di ottenere l'effetto contrario, oltre a far calare la tensione. triste, inopportuna, noiosa (e immagino anche costosa) la presenza degli ospiti più svariati ad annunciare quale canzone delle due passasse il turno: non ci sono già due conduttori profumatamente pagati, per questo?
6. bene la serata dei duetti, ormai tradizione del venerdì: ma che siano duetti tra musicisti, non pasticci ibridi con attori o ballerini. è il Festival della canzone: valorizziamo le canzoni, liberiamone il potenziale.
7. rispettiamo di più le Nuove Proposte: non releghiamole a notte fonda. lo so che si dice da sempre, ma si continua a sbagliare per ovvi motivi di introiti pubblicitari. forse a questo punto sarebbe meno ipocrita dedicare loro una trasmissione a parte, magari sul web dove troverebbe il pubblico che merita.
Giuliano Palma e la sua orchestra
tirando le somme, quali sono i codici irrinunciabili da cui partire per creare una edizione del Festival di Sanremo che funzioni, che guardi sia alla tradizione che alla modernità?
1. la scenografia. luci, colori, e soprattutto FIORI! tanto vale farla a Courmayeur, altrimenti. il kitsch è ammesso, in un evento che deve mettere d'accordo tutti. e guardiamo agli anni Ottanta, infinita fonte di ispirazione. un tocco di vintage e modernariato per i palati più fini, e il piatto è servito.
i primi tre classificati
ricordiamoci che lo spettatore medio vuole il sogno: della realtà ne ha già le scatole piene. dov'è finito, il glamour dei favolosi anni Ottanta? ecco, solo in quel decennio il Festival è stato esattamente ciò che dovrebbe essere. grandi esibizioni, personaggi - soprattutto femminili - carismatici, canzoni destinate a durare, abiti e styling impeccabili: vogliamo ritrovarlo, quel coraggio di osare? repetita iuvantless is more non è il motto preferito dallo spettatore tipico festivaliero.
vincitrice perplessa
2. chi presenta. che si tratti di un uomo o di una donna, ci vuole carisma, coraggio, capacità di metterci la faccia: è per questo che le edizioni migliori sono state quelle di Pippo Baudo, Paolo Bonolis, il primo Fabio Fazio. aggiungerei anche il Sanremo di Simona Ventura, segnato dal boicottaggio delle grandi case discografiche. la professionalità non sempre basta (vedi la mia amatissima Carrà), ci vuole la giusta cattiveria per imporre la propria visione in un carrozzone di queste dimensioni.
3. ospiti. vedi punti 4. e 5. sopra.
4. il meccanismo della gara. se spettacolo deve essere, reintroduciamo l'eliminazione diretta, come è avvenuto quest'anno per i giovani. esibirsi significa sottoporsi al giudizio (e quindi anche al rifiuto), no? ah, e poi non capisco la presentazione di due canzoni per artista. boh.
6. la scelta del cast. i Sanremo di Ravera, Baudo e Aragozzini degli anni Ottanta (l'eterno ritorno...) hanno fatto scuola: 25% di vecchie glorie (alla Al Bano, per intenderci); 25% di cantanti già conosciuti e nel pieno della maturità (nel caso di quest'anno: bene Arisa, Renga e Noemi); 25% di scuola cantautorale e/o di gruppi, non necessariamente conosciuti ai più ma meritevoli di esserlo (mi vengono in mente Max Gazzè, Samuele Bersani, i Subsonica, i Negrita, gli Afterhours, etc.); 25% di outsider, che danno colore e non rientrano nelle categorie precedenti (vedi Francesco Salvi, Renzo Arbore, Elio e le Storie Tese - anche se in realtà sono musicisti pazzeschi-...).
ecco, le mie quattro cialtronate le ho dette. 
la copertina di TV Sorrisi & Canzoni
viene ora la riflessione finale: non so se abbia ancora senso un evento di questo tipo, in Italia.
la percezione che ci siano cose ben più importanti di cui discutere è certamente molto forte, soprattutto vedendo il nostro Paese dall'estero. 
ma è una premessa demagogica, lasciatemelo dire.
perché proprio per questo, e avendo vissuto sulla mia pelle momenti difficili, so bene cos'è che fa stare meglio: la positività, l'allegria, la capacità di alleggerire senza perdere la consapevolezza, la dolce nostalgia che ci ricordi chi siamo e da dove veniamo, e quanto sappiamo essere forti, per fare in modo di continuare a esserlo, di credere in noi stessi, di guardare al futuro con la grinta giusta.
d'altronde, pensateci: quando siete tristi, è davvero di aiuto un amico che fa la faccia compunta mentre magari sta pensando ai fatti suoi oppure l'amico che cerca di farci ridere, di distrarci, di fornirci la giusta prospettiva delle cose, di portarci in alto, di ispirarci?
ecco, forse di questa cosa strana che è il Festival di Sanremo l'Italia continuerà ad avere bisogno per molto, molto tempo ancora.
mai sottovalutare la portata dei sogni: finché ce ne saranno, il motore continuerà a girare.


lunedì 3 marzo 2014

#203. MusicSaves special: Sanremo Edition (parte 1)

(scheletri nell'armadio grossi così)

tradizionale cover di TV Sorrisi e Canzoni
ho un rapporto altalenante, tra il conflittuale e l'appassionato, col Festival di Sanremo.
da piccola, acquisì significato solo quando cominciai a condividerlo, nelle mitiche serate di metà anni Ottanta a casa di cari amici dei miei.
la loro figlia femmina, nel 1987, mi riempì un bloc notes di disegni dei suoi cantanti in gara preferiti col ritornello scritto in un fumetto: Patty Pravo, Fiorella Mannoia, Peppino Di Capri, Dori Ghezzi, Rossana Casale. era l'anno di Quello che le donne non dicono.
conservai gelosamente quel bloc notes per molti anni, come il ricordo prezioso di momenti spensierati e leggeri che non sarebbero tornati più. 
Patty Pravo, "Pigramente Signora". 1987
nel frattempo arrivarono gli anni Novanta: mi piacevano da pazzi Mietta, Francesco Salvi, il Jovanotti di Vasco, i Pooh di Uomini Soli. imparavo tutte le parole a memoria e poi mi esibivo di fronte ai divanetti vuoti del mio salotto. quei divanetti stavo per salutarli per sempre: avrei cambiato casa e - ancora non lo sapevo - quella gioia leggera che mi riempiva il cuore non l'avrei mai più ritrovata.
Fiorella Mannoia, "Quello che le Donne non Dicono". 1987
è per questo che gli early '90s non hanno nulla a che fare con Sanremo, per me: quegli anni mi erano stati strappati via, e con essi tutti quei simboli pop a cui ero tanto legata, le mie corazze di ricordi televisivi e musicali: i Robinson, Indietro Tutta, Saranno Famosi, Sanremo.
i miei anni Ottanta, gli anni Ottanta di milioni di italiani, sfavillanti e superficiali e spassosi. 
una moodboard glitterata ed eccessiva, eppure tanto cara a molti.
Mietta, "Canzoni". 1989
le scuole medie e i primi anni delle superiori presi le distanze da quel mondo che mi appariva così fasullo e così poco degno di attenzione, presa com'ero dalla rabbia cieca e oltranzista delle chitarre grunge. mi sentivo tradita dai miei stessi ricordi, e mi ci ribellavo.
Neri per Caso, "Le Ragazze". 1995
guardavo con sufficienza le amiche che, Sorrisi e Canzoni alla mano, leggevano i testi sanremesi canticchiandoli in coro: ero snob, e l'avrei pagato caro, diventando quella seconda scelta che tanto mi sarebbe pesato essere nei quindici anni successivi. era il 1995, c'erano i Neri per Caso e Voglio andare a vivere in campagna.
il resto di quel decennio guardai al Festival distrattamente, e spesso solo per gli ospiti stranieri, che all'epoca erano superstar megagalattiche tipo Madonna, solo per citare un nome. periodicamente emergevano artisti che avrei imparato ad amare, come Elio e le Storie Tese, Giorgia, Max Gazzè, e soprattutto Carmen Consoli. 
ma, in generale, da adolescente vedevo Sanremo come il vecchio da abbattere, il simbolo di tutto ciò contro cui scagliarsi con rabbia giovanile.
Elio e Le Storie Tese, "La Terra dei Cachi". 1996
quando, nel 1999 e nel 2000, fu Fabio Fazio a condurre due memorabili edizioni, non mi persi una puntata. è vero, non ero più una teenager, ma allo stesso tempo percepivo un punto di incontro tra quella che ero (la bambina degli anni Ottanta) e quella che ero diventata (la ragazzetta un po' snob innamorata della musica). probabilmente era anche la gratitudine per aver portato ospiti come gli U2, gli R.E.M., i Blur e gli Oasis, ma tutti, non solo io, avevano percepito positivamente la novità, forse ormai stanchi della cerimonia quasi religiosa in cui si era trasformato il nostro evento pop nazionale.
Giorgia, "Come Saprei". 1995
col senno del poi, mi permetto di dire che sbagliavamo tutti: perché la cultura popolare è cosa seria, e va rispettata. 
ci sono codici, gesti, schemi che vanno seguiti, proprio come in un cerimoniale, perché è anche da lì che passa l'identità di un popolo. mantenendoli fermi, si può anche guardare alla modernità, ma a quei riferimenti non si può rinunciare.
e gli anni Duemila del nostro Festivalone furono proprio un'alternanza tra tentativi di replicare quella modernità e polizieschi ritorni alla forma, in quest'ultimo caso con Pippo Baudo a far quasi sempre da maestro di cerimonia. 
Carmen Consoli, "Amore di Plastica". 1996
furono svariati brillanti rappresentanti della nostra tv, a provare a riproporre qualcosa di nuovo, Simona Ventura e Paolo Bonolis su tutti, ma alla fine, come per un elastico, il balzo avanti faceva tornare più indietro di prima, e a scottarsi furono personaggi come Raffaella Carrà e Giorgio Panariello. solo Gianni Morandi sembrava poter avvicinarsi al "canone" accontentando un po' tutti, ma mancava di quel carisma e di quella sana cattiveria tanto cara all'italiano medio.
U2 a Sanremo. 2000
durante tutti gli anni Duemila il mio atteggiamento verso Sanremo non era cambiato poi molto: da quasi adulta, tornavo a interessarmene ma, a differenza degli anni dell'infanzia, ora lo condividevo con gli amici, e non più con la famiglia. guardare la prima e l'ultima serata divenne una piccola, personale tradizione, ma le altre puntate quelle no, difficilmente riuscivo a seguirle.
fino al 2008, il mio annus horribilis. il Festival cadde proprio nella settimana - finora - più brutta della mia vita, e seguirlo, puntata per puntata, fu la mia salvezza, mi tenne ancorata alla realtà in un momento psicologico durissimo. 
Elio e Le Storie Tese, Dopofestival 2008
fu l'anno dell'ennesimo Pippo Baudo e del più bel dopoFestival del mondo, quello di Elio e le Storie Tese, che seguii devotamente su YouTube. Max Gazzè cantava Il solito sesso e soprattutto fu l'anno di Tricarico e della sua Vita Tranquilla, un pezzo così vicino a quello che stavo provando da strapparmi il cuore ancora oggi, a ogni ascolto.
e poi iniziai a interessarmi davvero alla musica di Sanremo, con la mente ormai ripulita da tanti pregiudizi giovanili: ero diventata capace di distinguere una buona canzone da una meno riuscita, a cogliere la complessità degli arrangiamenti, il livello di scrittura e quello interpretativo, la capacità di essere pop senza essere banale. 
grazie anche a un mio ex collega di lavoro (ciao Paolo!), grandissimo appassionato di musica italiana, riscoprii la bellezza di un evento tipicamente italiano e magicamente pop, ricco di spunti di riflessione e contraddizioni spietate.
Tricarico, "Vita Tranquilla". 2008
ora l'occhio critico sapeva rimanere distinto dal colpo di fulmine, dal gradimento istintivo, e per me Sanremo divenne un appuntamento a cui non poter rinunciare, per capire l'Italia e la sua musica.
guardavo lo spettacolo divertita, e ascoltavo le canzoni concentrata: in quella settimana di fine inverno c'era la nostra occasione di essere glamour, di fare le cose in grande senza per forza imitare quanto accadeva all'estero.
dall'anno scorso, da quando cioè non vivo più in Italia, comprendo con tenerezza l'attaccamento degli emigranti dei decenni passati per questa manifestazione, e in parte lo condivido: alla fine, ci piaccia o meno, il Festival di Sanremo rimane uno specchio fedele e impietoso delle miserie e grandezze dell'essere italiani.



(continua con le mie personalissime riflessioni sul Festival di Sanremo 2014... continuate a leggermi!)