Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

mercoledì 9 aprile 2014

#204. Music Saves Special: Sanremo Edition (Parte 2)

(premessa: lo so, è passato più di un mese e quindi non sto tanto sul pezzo. ma nel frattempo mi hanno operata e non ho più potuto pubblicare il seguito del primo post su Sanremo. eccolo qui)



belli i ricordi rievocati nel mio post precedente, ma ora siamo nel 2014, l'anno della 64esima edizione, l'anno della riproposizione della coppia Fabio Fazio-Luciana Littizzetto tanto piaciuta l'anno precedente: e dunque vogliamo dirle due cialtronate anche noi, visto che tutti si sentono in diritto di farlo?
(non è una recensione eh. che si sappia)
Fabio Fazio & Luciana Littizzetto
è inutile girarci attorno: un bel po' di autocompiacimento e la situazione sempre peggiore di un Paese immerso fino al collo nella crisi economica e nello scoraggiamento hanno affossato quella che probabilmente verrà ricordata come una delle peggiori edizioni di sempre.
ma facciamo come quelli seri: cosa non ha funzionato e cosa invece sì? ha ancora senso un evento di questo tipo in Italia? se sì, quali sono le modalità migliori per farlo continuare a vivere?
partiamo dalle canzoni, che sono l'ossatura, la ragione stessa dell'evento (anche se si tende a dimenticarlo). 
scenografia
è stato da più parti recriminato che le canzoni, quest'anno, fossero deboli. sono d'accordo: a parte i casi della (giusta) vincitrice Arisa, di Renzo Rubino e dei Perturbazione, nessuna ha colto il giusto compromesso tra attitudine pop e senso della melodia tipicamente italiano. in molti casi si è indugiato troppo sul cantautorale, scontentando una grossa fetta di pubblico, e persino i cantanti considerati più accessibili (alla Francesco Renga, per intenderci) hanno proposto brani non immediati e spesso pretenziosi. per non parlare del fatto che si è optato per un numero corposo di artisti poco conosciuti al grande pubblico, ignorando di fatto le preferenze di una parte di spettatori che rappresentano il gusto tradizionalmente italiano. colpa probabilmente dell'effetto-Fazio, conduttore tv che ha ormai abbandonato quell'inclinazione deliziosamente pop e vintage dell'epoca Quelli che il calcio-Anima mia per diventare un serioso primo della classe un po' snob, con in più quel debole per la nostalgia che in questo caso fa da zavorra.
Arisa
da outsider a parte del sistema, anzi burattinaio di un teatro che sembra vergognarsi della leggerezza, che desidera continuamente impartire lezioni, che si pone più in alto di un pubblico - a suo vedere, o almeno così traspare - da ammansire ed educare. 
mai errore fu più grave.
a partire dalla scenografia, che probabilmente voleva trasmettere l'immagine di una bellezza decaduta e sprecata (il tema del Festival, un po' ruffiano, era La Grande Bellezza), passando dai goffi e malriusciti tentativi di intrattenimento dei due conduttori, sia soli che in coppia, arrivando infine alla cimiteriale celebrazione dei 60 anni della Rai, che ha finito per idolatrare vecchie glorie rispettabili ma dall'età media di 70 anni. e che dire degli ospiti stranieri, pregevoli ma quasi tutti di nicchia e sconosciuti ai più? 
in definitiva: tutto ha concorso a un'idea contemporaneamente stantia, supponente e noiosa.
mancava il ritmo, mancava l'alchimia in primis alla coppia di conduttori, probabilmente stanchi essi stessi di recitare la stessa parte da ormai più di dieci anni, mancava la convinzione di quanto si stava facendo, quasi che si tirasse la volata a scontentare tutti in una volta sola.
Renzo Rubino
un Festival di Sanremo, insomma, da dimenticare, anche se non sono mancati momenti pregevoli.
per dirla con parole mie: cosa è piaciuto alla vostra simpatica cialtrona?
1. Arisa. a conferma che il pop è una cosa seria: porta due canzoni, una più cantautorale (bellissima), l'altra più immediata, anche se non banale. le canta benissimo. passa la seconda e vince, in un Festival che voleva avere la puzzetta sotto il naso. dite quello che volete ma per me styling, acconciatura e trucco sono stati perfetti, hanno valorizzato il personaggio rendendolo moderno e ironico (le decolletées gialle!, la pencil skirt argentata disco!). finalmente, dopo anni di gavetta, la consacrazione di un personaggio di grandi qualità artistiche, finora unico nel panorama musicale italiano. brava, bravissima (ok, era la mia preferita. ma non abbiamo sempre detto, su questo blogghino, che quando si mettono d'accordo gli appassionati rompicoglioni e il pubblico da casa è la quintessenza del pop? i Daft Punk di Get Lucky non ci hanno insegnato proprio niente?).
Perturbazione
2. le canzoni di Renzo Rubino e dei Perturbazione. a parte la personale simpatia che nutro per tutti loro (simpatici, umili, eleganti) hanno portato in gara canzoni deliziosamente pop e adorabilmente italiane. pur essendo quasi sconosciuti alle signore a casa hanno strappato rispettivamente il terzo e sesto posto (stra-meritati), a conferma che il pubblico aveva bisogno di leggerezza in un periodo come questo. tié.
3. le cosiddette Nuove Proposte: un livello medio da paura, ben più alto di quello dei cosiddetti Campioni. e dire che qui di pop intelligente ce n'era a palate, c'era la freschezza e c'era la modernità, tanto che ha vinto un rapper non a caso, visto il successo di questo genere musicale tra i teenagers e non solo. ci fosse stato lo stesso coraggio nella selezione dei grandi, probabilmente a quest'ora starei scrivendo un'altra storia. (by the way, i miei preferiti erano Diodato e Zibba, a pari merito. canzoni super).
Diodato
4. l'orchestra. nonostante la penalizzante scenografia, straordinaria.
5. alcune cover nella serata del venerdì: Frankie Hi-nrg con Fiorella Mannoia, Giuliano Palma e la sua orchestra, Arisa con la band danese dei WhoMadeWho. evviva. 
le cose da dimenticare:
1. la tristezza generale. il Paese non vive un momento spensierato: invece di ricordarlo con una scenografia deprimente e di fare le facce (fintamente) tristi e colme di senso di colpa, perché non regalare il sogno? non per fare della sociologia da due soldi, ma negli anni della crisi economica globale c'è stato un ritorno prepotente della musica da ballo: devo ri-citare i Daft Punk? (ok, la sociologia l'ho fatta lo stesso. chiedo scusa). perché in Italia non vogliamo capire che il pop, la dance, il rap non sono generi inferiori? perché non ci entra in testa il fatto che in momenti di difficoltà non si chiede altro che sogni e sana leggerezza (e magari di muovere il culetto)? perché non rispettiamo di più il gusto del grande pubblico? perché dobbiamo ogni volta tafazziarci i maroni con questa storia del cantautorato, come se fosse un genere nobile e più rispettabile?
2. l'atteggiamento didattico e moralista. non è il contesto adatto.
Zibba
3. la celebrazione dei grandi vecchi. dedichiamo a queste cose spazi appositi: che so, uno speciale in seconda serata, anche in prima, via. mica dobbiamo ignorarli o mancare loro di rispetto. dev'essere la forma, e non il contenuto, che deve rispettare la tradizione: modernità e futuro pur restando fedeli allo scheletro dell'evento. in Italia qualcosa di simile c'è, ed è X Factor: possibile non riuscire a traslare questo schema al Festivalone?
4. la scelta degli ospiti musicali. devono essere delle vere star, tali da giustificare la spesa: oggi mi vengono in mente Rihanna, Shakira, Bruno Mars, ovviamente Beyoncé o Adele, Lady GaGa, Katy Perry. un evento catalizzatore deve esserci, l'hype va creato. e poi è questo che cattura l'attenzione dei più giovani, visto che ci si lamenta che non guardano più Sanremo. è inutile invitare i trecento ospiti di una volta: ne bastano un paio, ma di questa caratura. et voilà. lo spazio che resta, magari, lo dedichiamo alle canzoni in gara (soprattutto dei giovani).
invitare ospiti di grande livello ma quasi sconosciuti (penso soprattutto a Rufus Wainwright) mi fa sempre tornare in mente quella attitudine professorale ed educativa di cui il Paese non ha assolutamente bisogno (da parte di chi, poi?). 
e poi basta con i superospiti italiani. o in gara, o niente. facile, così.
Frankie hi-nrg & Fiorella Mannoia
5. gli ospiti non musicali. se proprio non se ne può fare a meno, la scelta di comici o entertainer finora si è rivelata la più saggia (e apprezzata): alleggerisce, dà ritmo, colora. ricordate il trio Marchesini-Solenghi-Lopez nel 1989? basta anche alle autopromozioni Rai su fiction e sceneggiati vari: esistono già gli spot pubblicitari, il rischio è di ottenere l'effetto contrario, oltre a far calare la tensione. triste, inopportuna, noiosa (e immagino anche costosa) la presenza degli ospiti più svariati ad annunciare quale canzone delle due passasse il turno: non ci sono già due conduttori profumatamente pagati, per questo?
6. bene la serata dei duetti, ormai tradizione del venerdì: ma che siano duetti tra musicisti, non pasticci ibridi con attori o ballerini. è il Festival della canzone: valorizziamo le canzoni, liberiamone il potenziale.
7. rispettiamo di più le Nuove Proposte: non releghiamole a notte fonda. lo so che si dice da sempre, ma si continua a sbagliare per ovvi motivi di introiti pubblicitari. forse a questo punto sarebbe meno ipocrita dedicare loro una trasmissione a parte, magari sul web dove troverebbe il pubblico che merita.
Giuliano Palma e la sua orchestra
tirando le somme, quali sono i codici irrinunciabili da cui partire per creare una edizione del Festival di Sanremo che funzioni, che guardi sia alla tradizione che alla modernità?
1. la scenografia. luci, colori, e soprattutto FIORI! tanto vale farla a Courmayeur, altrimenti. il kitsch è ammesso, in un evento che deve mettere d'accordo tutti. e guardiamo agli anni Ottanta, infinita fonte di ispirazione. un tocco di vintage e modernariato per i palati più fini, e il piatto è servito.
i primi tre classificati
ricordiamoci che lo spettatore medio vuole il sogno: della realtà ne ha già le scatole piene. dov'è finito, il glamour dei favolosi anni Ottanta? ecco, solo in quel decennio il Festival è stato esattamente ciò che dovrebbe essere. grandi esibizioni, personaggi - soprattutto femminili - carismatici, canzoni destinate a durare, abiti e styling impeccabili: vogliamo ritrovarlo, quel coraggio di osare? repetita iuvant: less is more non è il motto preferito dallo spettatore tipico festivaliero.
vincitrice perplessa
2. chi presenta. che si tratti di un uomo o di una donna, ci vuole carisma, coraggio, capacità di metterci la faccia: è per questo che le edizioni migliori sono state quelle di Pippo Baudo, Paolo Bonolis, il primo Fabio Fazio. aggiungerei anche il Sanremo di Simona Ventura, segnato dal boicottaggio delle grandi case discografiche. la professionalità non sempre basta (vedi la mia amatissima Carrà), ci vuole la giusta cattiveria per imporre la propria visione in un carrozzone di queste dimensioni.
3. ospiti. vedi punti 4. e 5. sopra.
4. il meccanismo della gara. se spettacolo deve essere, reintroduciamo l'eliminazione diretta, come è avvenuto quest'anno per i giovani. esibirsi significa sottoporsi al giudizio (e quindi anche al rifiuto), no? ah, e poi non capisco la presentazione di due canzoni per artista. boh.
6. la scelta del cast. i Sanremo di Ravera, Baudo e Aragozzini degli anni Ottanta (l'eterno ritorno...) hanno fatto scuola: 25% di vecchie glorie (alla Al Bano, per intenderci); 25% di cantanti già conosciuti e nel pieno della maturità (nel caso di quest'anno: bene Arisa, Renga e Noemi); 25% di scuola cantautorale e/o di gruppi, non necessariamente conosciuti ai più ma meritevoli di esserlo (mi vengono in mente Max Gazzè, Samuele Bersani, i Subsonica, i Negrita, gli Afterhours, etc.); 25% di outsider, che danno colore e non rientrano nelle categorie precedenti (vedi Francesco Salvi, Renzo Arbore, Elio e le Storie Tese - anche se in realtà sono musicisti pazzeschi-...).
ecco, le mie quattro cialtronate le ho dette. 
la copertina di TV Sorrisi & Canzoni
viene ora la riflessione finale: non so se abbia ancora senso un evento di questo tipo, in Italia.
la percezione che ci siano cose ben più importanti di cui discutere è certamente molto forte, soprattutto vedendo il nostro Paese dall'estero. 
ma è una premessa demagogica, lasciatemelo dire.
perché proprio per questo, e avendo vissuto sulla mia pelle momenti difficili, so bene cos'è che fa stare meglio: la positività, l'allegria, la capacità di alleggerire senza perdere la consapevolezza, la dolce nostalgia che ci ricordi chi siamo e da dove veniamo, e quanto sappiamo essere forti, per fare in modo di continuare a esserlo, di credere in noi stessi, di guardare al futuro con la grinta giusta.
d'altronde, pensateci: quando siete tristi, è davvero di aiuto un amico che fa la faccia compunta mentre magari sta pensando ai fatti suoi oppure l'amico che cerca di farci ridere, di distrarci, di fornirci la giusta prospettiva delle cose, di portarci in alto, di ispirarci?
ecco, forse di questa cosa strana che è il Festival di Sanremo l'Italia continuerà ad avere bisogno per molto, molto tempo ancora.
mai sottovalutare la portata dei sogni: finché ce ne saranno, il motore continuerà a girare.


lunedì 3 marzo 2014

#203. MusicSaves special: Sanremo Edition (parte 1)

(scheletri nell'armadio grossi così)

tradizionale cover di TV Sorrisi e Canzoni
ho un rapporto altalenante, tra il conflittuale e l'appassionato, col Festival di Sanremo.
da piccola, acquisì significato solo quando cominciai a condividerlo, nelle mitiche serate di metà anni Ottanta a casa di cari amici dei miei.
la loro figlia femmina, nel 1987, mi riempì un bloc notes di disegni dei suoi cantanti in gara preferiti col ritornello scritto in un fumetto: Patty Pravo, Fiorella Mannoia, Peppino Di Capri, Dori Ghezzi, Rossana Casale. era l'anno di Quello che le donne non dicono.
conservai gelosamente quel bloc notes per molti anni, come il ricordo prezioso di momenti spensierati e leggeri che non sarebbero tornati più. 
Patty Pravo, "Pigramente Signora". 1987
nel frattempo arrivarono gli anni Novanta: mi piacevano da pazzi Mietta, Francesco Salvi, il Jovanotti di Vasco, i Pooh di Uomini Soli. imparavo tutte le parole a memoria e poi mi esibivo di fronte ai divanetti vuoti del mio salotto. quei divanetti stavo per salutarli per sempre: avrei cambiato casa e - ancora non lo sapevo - quella gioia leggera che mi riempiva il cuore non l'avrei mai più ritrovata.
Fiorella Mannoia, "Quello che le Donne non Dicono". 1987
è per questo che gli early '90s non hanno nulla a che fare con Sanremo, per me: quegli anni mi erano stati strappati via, e con essi tutti quei simboli pop a cui ero tanto legata, le mie corazze di ricordi televisivi e musicali: i Robinson, Indietro Tutta, Saranno Famosi, Sanremo.
i miei anni Ottanta, gli anni Ottanta di milioni di italiani, sfavillanti e superficiali e spassosi. 
una moodboard glitterata ed eccessiva, eppure tanto cara a molti.
Mietta, "Canzoni". 1989
le scuole medie e i primi anni delle superiori presi le distanze da quel mondo che mi appariva così fasullo e così poco degno di attenzione, presa com'ero dalla rabbia cieca e oltranzista delle chitarre grunge. mi sentivo tradita dai miei stessi ricordi, e mi ci ribellavo.
Neri per Caso, "Le Ragazze". 1995
guardavo con sufficienza le amiche che, Sorrisi e Canzoni alla mano, leggevano i testi sanremesi canticchiandoli in coro: ero snob, e l'avrei pagato caro, diventando quella seconda scelta che tanto mi sarebbe pesato essere nei quindici anni successivi. era il 1995, c'erano i Neri per Caso e Voglio andare a vivere in campagna.
il resto di quel decennio guardai al Festival distrattamente, e spesso solo per gli ospiti stranieri, che all'epoca erano superstar megagalattiche tipo Madonna, solo per citare un nome. periodicamente emergevano artisti che avrei imparato ad amare, come Elio e le Storie Tese, Giorgia, Max Gazzè, e soprattutto Carmen Consoli. 
ma, in generale, da adolescente vedevo Sanremo come il vecchio da abbattere, il simbolo di tutto ciò contro cui scagliarsi con rabbia giovanile.
Elio e Le Storie Tese, "La Terra dei Cachi". 1996
quando, nel 1999 e nel 2000, fu Fabio Fazio a condurre due memorabili edizioni, non mi persi una puntata. è vero, non ero più una teenager, ma allo stesso tempo percepivo un punto di incontro tra quella che ero (la bambina degli anni Ottanta) e quella che ero diventata (la ragazzetta un po' snob innamorata della musica). probabilmente era anche la gratitudine per aver portato ospiti come gli U2, gli R.E.M., i Blur e gli Oasis, ma tutti, non solo io, avevano percepito positivamente la novità, forse ormai stanchi della cerimonia quasi religiosa in cui si era trasformato il nostro evento pop nazionale.
Giorgia, "Come Saprei". 1995
col senno del poi, mi permetto di dire che sbagliavamo tutti: perché la cultura popolare è cosa seria, e va rispettata. 
ci sono codici, gesti, schemi che vanno seguiti, proprio come in un cerimoniale, perché è anche da lì che passa l'identità di un popolo. mantenendoli fermi, si può anche guardare alla modernità, ma a quei riferimenti non si può rinunciare.
e gli anni Duemila del nostro Festivalone furono proprio un'alternanza tra tentativi di replicare quella modernità e polizieschi ritorni alla forma, in quest'ultimo caso con Pippo Baudo a far quasi sempre da maestro di cerimonia. 
Carmen Consoli, "Amore di Plastica". 1996
furono svariati brillanti rappresentanti della nostra tv, a provare a riproporre qualcosa di nuovo, Simona Ventura e Paolo Bonolis su tutti, ma alla fine, come per un elastico, il balzo avanti faceva tornare più indietro di prima, e a scottarsi furono personaggi come Raffaella Carrà e Giorgio Panariello. solo Gianni Morandi sembrava poter avvicinarsi al "canone" accontentando un po' tutti, ma mancava di quel carisma e di quella sana cattiveria tanto cara all'italiano medio.
U2 a Sanremo. 2000
durante tutti gli anni Duemila il mio atteggiamento verso Sanremo non era cambiato poi molto: da quasi adulta, tornavo a interessarmene ma, a differenza degli anni dell'infanzia, ora lo condividevo con gli amici, e non più con la famiglia. guardare la prima e l'ultima serata divenne una piccola, personale tradizione, ma le altre puntate quelle no, difficilmente riuscivo a seguirle.
fino al 2008, il mio annus horribilis. il Festival cadde proprio nella settimana - finora - più brutta della mia vita, e seguirlo, puntata per puntata, fu la mia salvezza, mi tenne ancorata alla realtà in un momento psicologico durissimo. 
Elio e Le Storie Tese, Dopofestival 2008
fu l'anno dell'ennesimo Pippo Baudo e del più bel dopoFestival del mondo, quello di Elio e le Storie Tese, che seguii devotamente su YouTube. Max Gazzè cantava Il solito sesso e soprattutto fu l'anno di Tricarico e della sua Vita Tranquilla, un pezzo così vicino a quello che stavo provando da strapparmi il cuore ancora oggi, a ogni ascolto.
e poi iniziai a interessarmi davvero alla musica di Sanremo, con la mente ormai ripulita da tanti pregiudizi giovanili: ero diventata capace di distinguere una buona canzone da una meno riuscita, a cogliere la complessità degli arrangiamenti, il livello di scrittura e quello interpretativo, la capacità di essere pop senza essere banale. 
grazie anche a un mio ex collega di lavoro (ciao Paolo!), grandissimo appassionato di musica italiana, riscoprii la bellezza di un evento tipicamente italiano e magicamente pop, ricco di spunti di riflessione e contraddizioni spietate.
Tricarico, "Vita Tranquilla". 2008
ora l'occhio critico sapeva rimanere distinto dal colpo di fulmine, dal gradimento istintivo, e per me Sanremo divenne un appuntamento a cui non poter rinunciare, per capire l'Italia e la sua musica.
guardavo lo spettacolo divertita, e ascoltavo le canzoni concentrata: in quella settimana di fine inverno c'era la nostra occasione di essere glamour, di fare le cose in grande senza per forza imitare quanto accadeva all'estero.
dall'anno scorso, da quando cioè non vivo più in Italia, comprendo con tenerezza l'attaccamento degli emigranti dei decenni passati per questa manifestazione, e in parte lo condivido: alla fine, ci piaccia o meno, il Festival di Sanremo rimane uno specchio fedele e impietoso delle miserie e grandezze dell'essere italiani.



(continua con le mie personalissime riflessioni sul Festival di Sanremo 2014... continuate a leggermi!)

venerdì 7 febbraio 2014

#202. She Flawless: il visual album BEYONCÉ ovvero il primo grande album della stagione


era la metà di novembre 2011 quando scrissi la recensione di 4, il sorprendente album di Beyoncé successore del pluripremiato I Am... Sasha Fierce.

era dai tempi delle Destiny's Child che avevo perso interesse per la signora Carter, ritenevo che avesse dissipato il suo enorme potenziale al servizio del banale e ipersessuato mainstream pop e r'n'b tipico dei desolanti anni 2000.
con 4 B riprendeva in mano la situazione diventando qualcosa d'altro: un'entertainer che non aveva più paura di rischiare. avendo portato il pop radiofonico a livelli di eccellenza, il suo terreno di caccia era cambiato.
con una mossa che solo i grandi sanno fare, all'apice della sua carriera Beyoncé rinunciava a vivere sugli allori e rimescolava le carte in tavola, lasciando il mainstream e la conquista delle classifiche alle più giovani (Adele, GaGa, Katy Perry, Rihanna) per intraprendere un cambio di rotta rischioso ma lungimirante: da primus inter pares ad avanguardista, con una lucidità e consapevolezza che solo Madonna e Bjork, nella storia del pop femminile, avevano dimostrato.
4 è ancora debitore dei topoi musicali del suo tempo pur essendo un grande omaggio alla storia della musica black ed è forse, questa coesistenza di vecchio e nuovo, la studiata transizione verso qualcosa di completamente diverso: che, puntuale, arriva il 13 dicembre 2013 con l'uscita dell'omonimo BEYONCÉ, il suo quinto album.
come gli U2 di Achtung Baby e gli R.E.M. di Monster vent'anni prima di lei, ma come anche il Kanye West di Yeezus qualche mese fa, Queen B rimette in discussione tutto con una mossa sorprendente, in primis - nel suo caso e in quello di West - dal punto di vista del marketing: nessuna promozione, nessun hype, nessuna indiscrezione. 

un semplice post su Instagram ad annunciare la sorpresa, già disponibile sulla piattaforma i-Tunes: un visual album, quattordici brani accompagnati da diciassette video (che meriterebbero un post a sé, e infatti qui non ne parliamo).
nell'anno dei grandi album-evento, primi fra tutti il ritorno dei Daft Punk con Random Access Memories e degli Arcade Fire con Reflektor, B compare dal nulla e, incredibilmente, fa il botto, creando l'evento definitivo e inaspettato del 2013 musicale. 
in tre giorni vende più di 600 mila copie e, al momento in cui scrivo, è già a quota 3 milioni. se a ciò aggiungiamo che, per l'appunto, si tratta di un album musicalmente rischioso e inaspettato, si può avere la misura dell'impatto che questo album sta avendo sui meccanismi del pop odierno.
già, ma la musica?
la musica, come già accennato, è quanto di meno prevedibile potesse scaturire dal talento della nostra Miss Carter. 
Beyoncé si lascia ispirare dall'r'n'b minimalista degli ultimi anni (qualche esempio? the Weeknd, James Blake) e dai tappeti sonori sintetici della moderna elettronica e del dubstep, producendosi in un felice connubio fra trame ritmiche rigorose e intense parti vocali, il tutto arricchito dall'uso di mille effettini sonori da ascoltare in cuffia.
i brani sono spesso complessi, ripartiti e dal minutaggio importante, risolvendosi in diversi casi in pièces costituite da movimenti differenti (vedi Partition, Haunted, ***Flawless), mentre le liriche, partendo dai temi a lei cari dell'empowerment femminile, scavano più a fondo nei territori oscuri della sessualità, del matrimonio, della maternità, della morte, parlando a cuore aperto di paura, insicurezza, depressione.
è stato giustamente osservato che, a proposito di liriche, Beyoncé trasmetta messaggi contraddittori, ora più che mai: certo il discorso femminista della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adiche (contenuto in ***Flawless) sembrerebbe fare a pugni con i continui rimandi sessuali di immagini e testi, ma forse è da apprezzare il tentativo, più che la effettiva riuscita. considerando il fatto che empowerment femminile può anche voler dire consapevolezza del proprio corpo e del proprio potere seduttivo, mi sento di darle una seconda possibilità. 
possibilità di cui invece non ha assolutamente bisogno da un punto di vista prettamente compositivo e vocale: B ha saputo cogliere suggestioni e ispirazioni dal mondo che la circonda creando una sorta di enciclopedia indie pop, spingendone al massimo le potenzialità espressive e portandolo alle masse con intelligenza e gusto. 

vocalmente, poi, siamo di fronte alla sua piena maturità: voce piena, dritta, senza sbavature, che toglie (apparentemente) spazio allo sfoggio tecnico per cesellare spazi emotivi di grande intensità.
le canzoni sono dunque tutte di altissimo livello, e - stranamente per un album pop di questa portata - richiedono ripetuti ascolti per essere colte nella loro complessità. 

si va dall'intenso pop elettronico di Pretty Hurts alla sinistra Haunted, affascinante stream of consciousness cupo e minimale; dalla sensuale Drunk in Love, in coppia col marito Jay-Z, alla maliziosa e insolente Blow, gioiello dance-funky-soul firmato con Pharrell e Timbaland; passando, tra le altre, alla monumentale Partition, forse la più sorprendente, in cui Miss Carter si produce in un efficace rap su un tappeto ritmico dancehall. e che dire di Rocket, conturbante e incantevole soul di scuola Prince scritto per lei dal talentuoso Miguel, della già citata ***Flawless, che ricorda le migliori Destiny's Child ma con una grinta ancora maggiore, e del modern soul di Mine, in coppia con Drake?
ma sono due i veri capolavori dell'album: l'inno pop arioso e colorato di XO (giustamente definito, altrove, il brano che i Coldplay - con la loro attitudine riempistadio -  sognano di scrivere da sempre), che sprizza good vibes e gioia di vivere da ogni poro, una delle poche fonti di luce in una collezione di canzoni notturne e cupe, e la magica, misteriosa, meravigliosa Superpower, scritta e cantata in coppia con il vero prodigio del soul moderno, Frank Ocean, che infatti, con la complicità in sede di produzione dell'ormai ubiquo Pharrell, crea un tappeto sonoro al contempo classicissimo e moderno, su cui aleggiano i fantasmi dei grandi soul men del passato.
tanto ancora ci sarebbe da dire su questo album, espressione matura e consapevole del talento di una giovane donna che, pur potendo vivere di rendita dopo una carriera da campionessa, decide lodevolmente di continuare a esplorare e di mettersi in gioco, pur rischiando un rifiuto del suo pubblico.
pubblico che tuttavia non l'ha abbandonata, per ora, premiandone la sincerità e il coraggio, così come ha fatto la quasi totalità della critica musicale.
icona pop vivente. superstar planetaria. moglie. mamma. magnifica donna.
missione compiuta, B.

martedì 31 dicembre 2013

#201. year-end list di un anno memorabile/2: gli album

io lo sapevo che una volta superato il 21 dicembre 2012 indenni sarebbero successe soltanto cose pazzesche.
e così è stato e, se devo parlare di musica come mi piace tanto fare, l'opulenza di questo 2013 per me fa il pari solamente con l'anno magico 1991 (per intenderci: quello di Achtung Baby e Out of Time, di Ten e Nevermind, del Black Album e di Blood Sugar Sex Magik).
solo gli anni ci diranno se gli album del 2013 rimarranno nel tempo come quelli appena citati. certamente stavolta è stato molto più difficile del solito stilare una classifica.
e allora ho deciso di scegliere solo dieci album, quelli per me più meritevoli di venire ricordati: i restanti, in realtà, li avete già conosciuti (e spero apprezzati) nella mia musica per i lunghi inverni, musica per (non) primavere bernesi e musica bella per cambidistagione avventurosi.

spero siate pronti per il viaggio. si parte.

10. Washed Out: Paracosm
la quintessenza musicale della coolness, delle buone vibrazioni, della vacanza a Ibiza a fare l'alba ballando e delle giornate pigre a raggiungere la spiaggia solo con il telo da mare buttato sulla spalla.
It All Feels Right dice la canzone che apre, ariosamente splendida, l'album del signor Washed Out. tutto è meraviglia, tutto è sospeso in una dimensione completamente avulsa dalla realtà, eppure risonante della musica della natura e della gioia di vivere.
è un viaggio, si direbbe usando un vocabolario psichedelico.
apre la mente, e fa il cuore più leggero.
particolarmente indicato per i lunghi, lunghissimi inverni freddi.


9. M.I.A: Matangi
l'attesissimo ritorno di una delle grandi signore della pop music (non per niente amatissima da lady Ciccone, LA signora della pop music) sorprende e non delude le aspettative: divertente e riflessivo in egual misura, ironico e spiazzante, ricco di energia ma anche - inaspettatamente - di efficaci aperture melodiche.
è l'album di una eterna teenager di quasi quarant'anni perennemente in lotta con se stessa: da un lato la dolcezza delle radici e della maternità, dall'altro la critica a un mondo, quello occidentale, di cui tuttavia utilizza mirabilmente i codici.
unica e impossibile da imitare, M.I.A è artista che, come pochi altri, attinge con la curiosità di un bambino a tutti gli stimoli che la circondano e li sa restituire con efficacia in forma personalissima, moderna e irriverente.
avvicinatevi senza timore: entrerà in loop nel vostro iPod.

8. Mikal Cronin: MCII
in un'epoca musicale che omaggia costantemente il passato l'album di Mikal Cronin, statunitense classe 1985, a un primo ascolto parrebbe l'ennesima riproposta in chiave grunge aggiornata agli anni Duemiladieci. ma, sorprendendosi ad ascoltarlo più e più volte, si scoprirà una solarità power pop, un gusto misurato e caldo per la melodia, un'assenza totale di rabbia e negatività che faranno scomparire d'un colpo tutti i fantasmi della cupa filosofia rock anni Novanta.
MCII è una boccata d'aria fresca, è nato per prendere residenza nel nostro autoradio, è stato pensato per farci sentire la vita più leggera pur usando massicciamente (e splendidamente, aggiungo) la chitarra elettrica.
sorprendente, delizioso, da scoprire e infine da amare.

7. HAIM: Days Are Gone
tre sorelle birbanti e talentuose possono ridarci speranza nelle band chitarra-basso-batteria? possono far convivere immediatezza, intelligenza, gusto, ironia? sì, possono, e ad assumersi questa responsabilità, in un'epoca dove pop significa leccare un martello oscillando su una palla da demolizione (rileggo questa frase e penso: oh, è successo davvero), sono le sorelline Haim, californiane nate tra l'86 e il 91, che cantano e suonano benissimo perfette pop songs sull'eterno tema dell'amore giovane.
senza nessuna pretesa se non quella di divertirsi a fare quello che sanno fare benissimo (scrivere canzoni, cantare, suonare) incantano per freschezza, semplicità, e per la naturalezza con cui fanno convivere pop music, chitarre e armonie vocali r'n'b.
non vergognatevene, mettete su questo album e vi garantisco che la sua adorabilità vi farà capitolare fin dalle prime note.

6. Woodkid: The Golden Age
inaspettato, conturbante e cinematico, pensato come corollario musicale di una storia per immagini, The Golden Age è stata la cosa più musicalmente incredibile che mi potesse capitare in un periodo di traslochi, studio matto e disperatissimo e tentativi più o meno riusciti di integrazione.
la corsa disperata e marziale di Run Boy Run ha letteralmente dato la carica alla cialtrona che vi scrive con la potenza di un uragano, permettendo all'intero album di Yoann Lemoine di insinuarsi nelle mie giornate e di riempire spazi di stanchezza.
come Hurry Up, We're Dreaming due anni fa, anche questo album parla della forza e della capacità di sognare, nonostante il mondo tutto intorno sembrerebbe suggerire il contrario.
ispira e fa volare alti: se siete in un periodo di cambiamenti e avete bisogno di compagnia, questo è l'ascolto che fa per voi.

5. Disclosure: Settle
ci sono anni in cui stai fermo, e anche il mondo che ti circonda sembra rispettare questa immobilità. gli ultimi anni della mia vita sono stati esattamente questo: inchiodati, avviliti, chiusi.
poi succede qualcosa, ci si rimette finalmente in moto e tutto sembra seguire questa logica, persino la musica che gira intorno: ed è stato infatti, il 2013, l'anno del trionfo della musica da ballo, rimasticata e reinterpretata da tutte le angolazioni e guardando a tutte le epoche della sua grandezza.
i Disclosure, due fratellini inglesi poco più che ventenni ma con le idee chiarissime, sono partiti dalla grande lezione della house degli anni Novanta per approdare al territorio modernissimo della pop music imbastardita, resa ancora più preziosa da collaborazioni eccellenti e mai fini a se stesse.
talento puro e capacità di popolare le piste pur rispettando i principi della melodia: solo in pochi ci riescono, e dei piccoli fratelli Lawrence garantisco che sentiremo parlare ancora a lungo.

4. James Blake: Overgrown
James Blake possiede una meravigliosa dote: la naturalezza della complessità. le sue canzoni sono stratificate, superprodotte, costruite minuziosamente, eppure nella resa finale appaiono esattamente come dovrebbero essere, come se cioè fossero nate in natura proprio in quel modo.
a differenza del precedente, omonimo album, che rivelò al mondo il prodigioso talento del venticinquenne inglese, Overgrown mostra le potenzialità future del pop, del soul e della dance in un'epoca musicale di continui riferimenti al passato. cosa potrebbero diventare.
la sua capacità di decostruire i singoli brani, di isolarne gli elementi moltiplicandoli o distorcendoli, rappresenta il tentativo, riuscitissimo, di trovare nuovi codici per la forma-canzone, pur utilizzando stili e temi che tutti conosciamo.
laddove il predecessore peccava di eccesso di freddezza e scarsa intelligibilità, qui Blake raggiunge la perfetta sintesi tra sperimentazione di nuovi linguaggi e accessibilità della melodia.
non solo: l'atmosfera notturna e sensuale che permea tutta l'opera rende finalmente la musica di James Blake umana e palpitante. non perdetevelo.

3. Daft Punk: Random Access Memories
l'album più atteso e discusso dell'anno, ammettiamolo, è stato proprio RAM. ed è stata una cosa enorme, pensata fin nei minimi particolari, un trionfo prima di tutto di marketing e promozione e, una volta potuto assaporare anche musicalmente, un miracoloso omaggio alla storia della musica da intrattenimento. miracoloso perché i Daft Punk si sono voluti circondare dei loro piccoli e grandi miti pop e hanno lasciato a loro il compito di impreziosire questo monstrum divertentissimo, emozionante e permeato da un tenero sentimento di nostalgia.
dimenticate i pionieri del primo, stratosferico album Homework: il genio e la capacità di pensare il futuro erano là. qui c'è la precisa e ferma volontà di concepire un album interamente suonato dai migliori musicisti in circolazione. un album che non inventa nulla, ma che rifà al meglio quello che già è stato fatto, portandolo a vette altissime.
se a metà degli anni Novanta il duo francese non suonava nemmeno una nota, facendosi aiutare dalle macchine (l'immaginario robotico fa parte della fortuna e della riconoscibilità dei Daft Punk) e preannunciando dunque la sinteticità del pop moderno, qui l'atto veramente sovversivo è give life back to music. suonarla dalla prima all'ultima nota.
missione compiuta, anche questa volta.

2. Arcade Fire: Reflektor
in termini di hype e di anticipazioni, quest'anno solo gli Arcade Fire sono stati secondi ai Daft Punk. e, come nel caso del duo francese, le grandi aspettative non sono state minimamente deluse.
che vi piacciano o meno, qui stiamo parlando di band che stanno facendo la storia della pop music in senso lato, della musica moderna direbbe il nostro Fossati, e lo fanno in un modo molto simile: utilizzando i codici dell'intrattenimento, della canzone popolare (sempre lui).
seppur conosciuti spesso, loro malgrado, per la mancanza di sense of humour e la grande ambizione, gli Arcade Fire sono realmente una grande band, probabilmente l'ultima rimasta a saper coniugare la popolarità alla capacità di sperimentare e reinventarsi (mi vengono in mente gli U2 di Achtung Baby e gli R.E.M. di Monster).
e allora ben venga il loro personale omaggio alla musica da ballo, splendidamente sintetizzato nel singolo di apertura Reflektor, una sorprendente suite di ben 7 minuti che ospita nientemeno che David Bowie e che ha nell'arrangiamento il suo enorme punto di forza.
i ritmi caraibici, l'Italo disco (sì!), Michael Jackson, la dance anni Ottanta, il glam, il rock'n'roll, lo space pop, le armonie beatlesiane: troppa carne al fuoco? assolutamente no, se si ha la capacità di far sembrare tutto organico e definito e se, nel frattempo, ci si diverte pure.
bentornati.

1. Janelle Monáe: The Electric Lady
ovvero: l'album col titolo più bello del mondo.
in prima posizione, e staccando di molte lunghezze i secondi e i terzi classificati, ecco Janelle, l'essere alieno venuto da chissà quale mondo a incantare con la sua naturale capacità di scrivere grandi canzoni. no, non sto esagerando: andatevi a vedere un bel po' di year-end lists di gente meno cialtrona di me e la troverete. sempre.
perché The Electric Lady è non solo un ascolto piacevolissimo e ispirato: è un inno alla grandezza del genere femminile.
a partire da colei che ha composto questo piccolo capolavoro di pop music, una piccola grande donna con un innato senso dello stile che non ha paura di pensare in grande e, senza avere alle spalle una grande casa discografica, riesce nell'intento di mettere insieme monumenti della black music come Prince ed Erykah Badu ma anche nuove, grandi realtà come Solange Knowles, Miguel, Esperanza Spalding.
e tutti sembrano remare nella stessa direzione: concepire un album che, utilizzando tutti i principali codici della pop music (dal funk al soul, dal rock'n'roll alla dance, dall'r'n'b al jazz, dal pop puro alla musica da cinema) crea un insieme organico al servizio della narrazione delle vicende dell'androide Cindi Mayweather che qui però, a differenza del precedente album The ArchAndroid, mostra la sua natura più fragile e tormentata - e poeticamente più interessante - lasciando il campo alle tematiche universali dell'amore, della libertà, dell'autodeterminazione, della religione, dell'emarginazione, del genere sessuale.
un album per spiriti indomiti che non hanno paura di pensare in grande: sinceramente mi sembra il miglior augurio per l'anno che sta iniziando.

grazie per avermi letto fino a qui... e che il 2014 ci regali altrettante godibilissime avventure musicali.

buon anno a tutti!