Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

martedì 5 novembre 2013

#186. music saves. episodio 11. about love, Lauryn, Napster and the Great Beyond.

ovvero: materiale per ricattarmi se non mi volete bene o ogniqualvolta non siate d'accordo con le mie recensioni a ca**o

Lego-R.E.M.!
l'estate del 1999 fu bizzarra e la trascorsi quasi in apnea. l'highlight fu il concerto degli R.E.M. a Bologna, ma fu anche un'estate di amicizie ritrovate e di piacevoli momenti di condivisione. trovai inaspettatamente molte anime affini alla mia ma che sapevano fornirmi una prospettiva più aperta e positiva della vita. 
col senno di poi, fu un segnale che non seppi decifrare molto bene, e forse oggi la mia vita sarebbe diversa. 
ma tutto ha un senso, soprattutto gli errori. 
perché sembra esserci una parte di me che teme la felicità, o per meglio dire che la temeva. forse penso di non meritarmela, di non fare o di non essere mai abbastanza.
invece, in quel periodo, lo ero.
adorabile Michael Stipe
ero dannatamente abbastanza, ero anche troppo, ero un'esplosione di vita e di curiosità. 
mi aprii alla vita come mai avevo fatto fino ad allora e, per l'ennesima volta, come in un ciclo che da molti anni si ripeteva, la musica restò indietro, e le ossessioni degli ultimi anni cedettero il posto agli ascolti distratti e passivi alla radio e sulle piste da ballo. 
mi sentivo finalmente attraente e femminile, degna di attenzione e stima.
e non poteva che succedere: solo quando ti apri alla vita sei pronto per l'amore.
e la musica rimane sullo sfondo, rimane qualcosa che lo sostituisce, l'amore, ma non può eguagliarlo mai, nemmeno lontanamente. 
fu l'inizio di anni strani e tormentati, di una relazione a distanza bellissima e lacerante, della mia grande storia d'amore.
tutto ciò che di stimolante e nuovo è accaduto a partire dall'inizio degli anni Duemila, l'ho ignorato per lungo tempo. i suoni non potevano permettersi di rubare tempo e pensieri all'amore. 
e, complice una nuova fruizione della musica stessa, furono anni di accumulo vuoto e compulsivo.
tra il '99 e il 2000, infatti, scoprii l'esistenza di uno strano programma dal nome Napster. avevo sentito che, gratuitamente, si potevano trasferire i file di intere canzoni nel proprio PC senza muoversi da casa. il procedimento divenne automatismo: canzone alla radio e/o su MTV -> ricerca su Napster -> ascolto su PC. 
tutta la musica del mondo nelle mie mani, in un sogno a occhi aperti che non avrei immaginato nemmeno un anno prima.
perciò addio alle compilation sgangherate su musicassetta a strappare morsi di canzoni dalla radio. addio alle scritte a pennarello coi nomi dei brani. addio walkman con mangianastri. addio spedizioni in quel noleggio video che, non si sa come, noleggiava anche CD che potevo allegramente e con bramosia fare miei (su musicassetta, of course).
l'anno 2000 segnò la fine del supporto magnetico, e con essa la fine di tutto ciò che ero stata fino ad allora: dei miei sogni di ragazzina, dei tragitti verso la scuola con le cuffie ad alto volume, della poesia della ricerca, in cui interi pomeriggi venivano dedicati al tuning spasmodico a caccia di quella canzone. 
avere l'accesso illimitato era inebriante, ma sterile. toglieva una parte attiva e creativa importante all'ascolto e alla fruizione stessa della musica. 
avere tutto era come non avere niente.
i ricordi non si imprimevano più con la stessa forza. il magnetismo del supporto non era solo fisico, ma sentimentale.
ricordavo perfettamente dove e quando avevo sentito quella canzone, in che momento l'avevo registrata. oppure, chi mi aveva passato la cassettina di quell'album per farmelo sdoppiare affinché io lo consumassi di ascolti.
le energie dell'ascolto, prima, erano focalizzate. ora, la nuova modalità era: ascolta e passa al prossimo.
tuttavia, come un ultimo regalo prima del nuovo corso, ci fu un album, uno degli ultimi che acquistai su cassetta, che seppe comunque trovare spazio in quella foga dell'accumulo. 
incantevole Lauryn
un disco immenso e senza tempo. The Miseducation of Lauryn Hill. 
che Lauryn Hill fosse il grande talento dei Fugees era chiaro a tutti. una personalità unica nel suo genere, disinvolta tanto nelle rime quanto nel cantato. una tecnica personalissima che tuttavia non lasciava mai indietro l'interpretazione. 
un disco enorme, un lungo viaggio di educazione sentimentale, di quelle che non si imparano a scuola. l'hip hop, il soul e l'r'n'b più moderni e ispirati da molto tempo a quella parte, e destinati a diventare una fonte di ammirazione e rispetto inesauribile per le giovani soul singers degli anni Duemila.
ce la siamo raccontata insieme, io e Lauryn, in quel periodo. imparavamo ad amare, tra mille errori e peripezie. i R.E.M. c'erano ancora, sempre e comunque in prima fila. c'era The Great Beyond. c'erano le attese degli incontri, le serate al Barrumba, le notti gelide spese ad aspettare tram che non arrivavano mai. 
c'era la vita, finalmente, anche per me.

mercoledì 17 luglio 2013

#185. musica per (non) primavere bernesi.

io non so se ci avete fatto caso, ma da quando abbiamo superato indenni il 21 dicembre 2012 sta succedendo un po' di tutto. 
io, per esempio, mi sono sposata, e già questo dovrebbe farvi attrezzare per tempo in vista di un devastante cataclisma naturale. in realtà si sta sposando un sacco di gente, e soprattutto - meraviglia delle meraviglie - un sacco di gente è incinta!, il che significa che la fiducia nel futuro non manca, nonostante tutto.
papa Ratzinger si è dimesso (oh) e al suo posto è stato eletto il papa dal nome più bello del mondo, Francesco (che, tra l'altro, si sta rivelando un gran papa).
poi è successo che, per esempio, quello di quest'anno a Berna è stato il più lungo inverno che ci si ricordi da molto tempo a questa parte, e pare che tutta l'Europa centrale, Italia del Nord compresa, non se la sia passata molto bene. come se non bastasse, la primavera non è forse mai iniziata, manifestandosi a malapena per circa una settimana, a metà aprile.
se Giove pluvio non ci è stato dunque amico, dobbiamo invece ringraziare nostro Signore della musica perché quest'anno ci sta davvero salvando. l'anno scorso, infatti, a parte poche eccezioni, il piattume la fece da padrone, mentre quest'anno per me personalmente potrebbe già finire anche solo per il fatto che è uscito un disco ENORME e tutta una serie di altri dischi di notevoli dimensioni.
perciò, se volete, facciamo una passeggiata nella bella musica di questa surreale primavera così ci passa un po' di malinconia (e di freddo).
Daft Punk: Random Access Memories
lasciate perdere tutte le recensioni che avete letto o che leggerete e ascoltate me. quest'album spacca, e più lo riascolti, più è una meraviglia musicale. la band che ha reinventato la dance music negli anni Novanta, avvicinandola al pop per portarla a un livello superiore, stavolta smette i panni sintetici e omaggia la grande musica che l'ha ispirata, da Giorgio Moroder a Pharrell, da Casablancas (The Strokes) a Nile Rodgers (Chic), per citare i più conosciuti. tutto è rigorosamente suonato, la produzione è perfetta, ma vi consiglio di equipaggiarvi di un paio di ottime cuffie per apprezzarla a dovere. stratificazioni sonore, melodie irresistibili, vere e proprie sinfonie pop, senza mai dimenticare di muovere il culetto: è un viaggio sentimentale nella storia della musica da intrattenimento, dove cuore e cervello funzionano all'unisono senza togliersi spazio a vicenda. 
quando esce un album così, che arriva forte sia agli esperti che agli ascoltatori distratti, bisogna avere onestà intellettuale, e chiamare le cose col loro nome: capolavoro.
ps: e, by the way. Get Lucky è la mia wedding song!
la migliore è: Giorgio by Moroder
ma io ti consiglio anche: Get Lucky, Instant Crush, Doin' It Right, Contact (in realtà tutte)

Disclosure: Settle
peccato che la parola capolavoro l'abbia appena usata. e di solito non la uso più di una volta all'anno. peccato, dico, perché altrimenti l'avrei usata per loro. loro sono due ragazzini inglesi (anche qui, chiamiamo le cose col loro nome), 21 e 18 anni, fratelli, e il loro album di debutto Settle è qualcosa di semplicemente sbalorditivo. è vero, infatti, che questo è probabilmente il momento giusto per la dance virata al pop, e che quindi le major mettano più volentieri mano al portafoglio sguinzagliando i loro talent scout, ma qui siamo di fronte a due poco più che teenager che prendono tutti i sub-generi della dance contemporanea - house, dubstep etc - e li innestano in una forma canzone pop servendosi di signori ospiti: la mia adorata Jessie Ware su tutti, ma anche AlunaGeorge, Eliza Doolittle, Sam Smith, e molti altri. il tutto con una sicurezza, con una visione d'insieme così solida che si direbbe farina del sacco di due plurinavigati deejays. 
un disco di una piacevolezza e intelligenza estreme, che vi straconsiglio per sollevare momenti sottotono o come soundtrack per le vostre sessioni di running.
la migliore è: When a Fire Starts to Burn
ma io ti consiglio anche: Confess to Me, You & Me, F for You



Kanye West: Yeezus
lo ridico per chi se lo fosse perso tempo fa: quando si parla di lui è meglio separare completamente l'uomo dall'artista. perché il primo potrebbe (e forse succederà un giorno) rovinare il secondo per sempre. 
l'uomo-Kanye West è uno stronzo. l'artista-Kanye West è un genio.
fatta questa premessa, non vi scandalizzerete più se dico che il titolo di questo album è una crasi tra il suo soprannome, Yeezy, e il nome di Gesù in inglese. e se vi dico che uno dei brani di questo album folle si chiama I Am God.
perché Kanye ci crede davvero, e vivaddio forse, perché solo un folle visionario può concepire un album così completamente diverso dai precedenti, cupo, minimale, spesso disturbante, servendosi di gente come Rick Rubin - uno dei più grandi produttori al mondo - e i Daft Punk, senza il timore di sembrare megalomane, misogino, e, appunto, una persona di merda.
e solo un folle può snobbare tutte le odierne strategie del marketing musicale, che lui stesso ha contribuito a influenzare, facendo uscire senza nessun preavviso un album senza videoclip né singoli e quasi senza copertina (vedere per credere).
follia pura o incommensurabile fiducia nei propri mezzi. o forse entrambe.
ciò che conta è che Kanye ha alzato di nuovo la barra. finora ha avuto ragione. vedremo il futuro, che cosa dirà.
la migliore è: Bound 2
ma io ti consiglio anche: Black Skinhead, New Slaves, Hold My Liquor


Mikal Cronin: MCII
spesso l'uso delle chitarre si associa a uno stato d'animo arrabbiato, ansioso, malinconico, depresso. fondamentalmente si tratta di direzionare l'energia, e la chitarra elettrica è sicuramente uno dei più potenti vettori musicali, in tal senso.
e tuttavia non sempre è così, e proprio l'album di Mikal Cronin è una piacevole, deliziosissima sorpresa: sembra di stare negli anni Novanta (e i muri di chitarre son proprio lì a ricordarcelo) ma con una leggerezza impensabile all'epoca, c'è un gusto pop misurato e solare, il tutto permeato da un mood molto sixties sospeso tra good vibes, malinconia e dolcezza. 
amo molto questi gioiellini inaspettati, colonne sonore perfette per catturare stati d'animo indefiniti, sospesi, ma irradiati dalla luce calda delle illusioni e dei sogni.
pura poesia pop, ideale per i vostri momenti testa fuori dal finestrino-vento nei capelli.
la migliore è: Change
ma io ti consiglio anche: Weight, Peace of Mind, Turn Away
Kurt Vile: Wakin on a Pretty Daze
mi sono avvicinata a questo album seguendo un criterio che uso spesso: il titolo. non sempre ci prendo, ma di solito sì. ecco quindi che, guidata dalle suggestioni evocate da svegliandosi in un grazioso stordimento (pressappoco: l'inglese in questo caso funziona meglio) mi sono letteralmente tuffata in quest'esperienza musicale, testa e cuore liberi da preconcetti.
come suggerisce il titolo, ci si sveglia storditi dopo una sbornia, o un grande dolore, o un isolamento dal mondo che ci rende la ripresa di contatto con la realtà difficile e farraginosa.
è un disco di ritorno alla vita, fondamentalmente, e chi mi conosce sa quanto caro mi sia quest'argomento. una robusta seduta di psicoterapia che ti riporta su dopo che stavi per affogare. ma che si ferma un attimo prima del riaffioramento, in quel magico momento simile al dormiveglia in cui tutto sembra confuso ma che in realtà ospita picchi di lucida creatività e consapevolezza.
e la musica? direte voi. giustamente. la musica è al servizio di questo mood: musica che ha un suo passo, diverso da tutti gli altri, con le chitarre che anche qui omaggiano gli anni Novanta (vedi Cronin, sopra) senza però eccedere in energia negativa, la voce da crooner imperturbato e sonnacchioso di Vile, i brani lunghi, quasi sfatti alla fine, della sostanza di cui son fatti i sogni (semicit.).
e poi questa frase, che vale da sola il disco: "I might be adrift but I'm still alert / Concentrate my hurt into a gold tone".
non è forse questa la grande lezione del dolore?
la migliore è: Goldtone
ma io ti consiglio anche: Pure Pain, Girl Called Alex, Never Run Away
Phosphorescent: Muchacho
a differenza del precedente, questo album aveva tutte le premesse per respingermi: titolo kitsch, alias improbabile (più che di un cantautore sembra quello di un deejay acid house degli anni Novanta), copertina con due donnine semisvestite sullo sfondo. poi ho pure scoperto che si trattava di un album etichettato come "country rock con un piede nella modernità", e per me sarebbe morta lì.
però leggevo recensioni entusiastiche ovunque, e mi sono incuriosita.
et voilà, la bellezza.
perché l'album del signor Matthew Houck usa il country come pretesto, come trama di seta su cui innestare un percorso psicomusicale di rinascita e catarsi, voce splendida e grandi arrangiamenti.
un percorso che nasce dalle zone buie e impervie della coscienza, facendosi aiutare da espedienti "moderni" ed elettronici quasi dream pop, per giungere al sole accecante della rinascita, musicalmente più tradizionale ma non per questo meno emozionante, tra archi e cori gospel che caratterizzano il magnifico trittico finale.
se Kurt Vile risale in superficie ma ci racconta l'attimo prima del riaffioramento, Phosphorescent mette la testa completamente fuori dalla finestra, sole in faccia e aria pulita nei polmoni.
rinfrancanti entrambi, ma in modo splendidamente diverso.
la migliore è: A New Anhedonia
ma io ti consiglio anche: Song for Zula, The Quotidian Beasts, Down To Go 

venerdì 28 giugno 2013

#184. music saves. episodio 10. R.E.M. or tunes for the saddest winter of my life


capita di vivere senza realmente vivere. di assolvere a tutte le funzioni primarie (respirare, mangiare, bere, dormire) ma di allontanarsi progressivamente da tutto ciò che ci rende umani: ridere, arrabbiarsi, gioire, disperarsi, amare. la vita diventa come il mare in un giorno senza vento, e ci scivola addosso, rotolando per inerzia.
il primo anno di università fu per me proprio questo: un angosciante anno di non vita, un buco nero di ricordi, qualcosa che forse non è capitato realmente, o forse sì, tanto era uguale.
non so come, ma la fine del travagliato periodo del liceo mi lasciò in assoluta balia di me stessa: non c'era più alcun alibi, nessun lupo cattivo a cui dare la colpa. 
mi iscrissi alla facoltà di lingue forte di una scelta presa fin da quando avevo 14 anni. però, nel profondo di me stessa, non c'era più quella sicurezza, quell'assoluta convinzione. l'ombra del dubbio iniziava ad allungarsi su di me ma io la ignoravo, impaurita dalle possibili conseguenze.
ero rimasta quasi sola. e più rimanevo sola, più mi ritraevo sconfitta nel mio guscio.
e, musicalmente parlando, ero più confusa che mai. 

l'anno precedente era stato sereno, e come in tutti gli anni sereni della mia vita avevo lasciato che la musica rimanesse sullo sfondo, che non mi impegnasse troppo: avevo altro da fare.
in realtà tutto questo, come già accaduto in precedenza, non era altro che il presupposto di un ripiegamento che mi avrebbe portato a ritrarmi in un altro guscio, fatto di suoni.
nell'ottobre del 1998, infatti, uscì il primo singolo degli R.E.M. come trio: Daysleeper. un brano splendido, malinconico, notturno. amavo già da tempo gli R.E.M. ma stavolta fu diverso. era come se quel loro perdere un pezzo, diventare improvvisamente un trio, mi ricordasse di tutti i pezzi che mi ero lasciata alle spalle: le compagne di classe con cui avevo perso i contatti, la casa piccola e mai amata da cui avevo appena traslocato, le mie giornate da liceale, così organizzate e prevedibili e rassicuranti. non c'erano più mostri da sconfiggere, eppure anche questo mi mancava.
e allora, come si ripensa da capo una vita così regolare, anche nelle sue brutture? 
come si continua a essere una grande band anche se l'amico di una vita ha deciso di tirarsi fuori?
si fa uscire un disco come Up.
tuttora ho delle difficoltà nel giudicarlo. bello? brutto? non saprei. sicuramente era l'unico disco possibile in quel momento per gli R.E.M. 
cercano di sostituire Bill, il batterista, nel modo migliore che credono: con dei turnisti o con le drum machine. è qualcosa di nuovo, di imperfetto, ma sono ancora loro, ed è un modo per dire siamo ancora qui.
ecco come nasce l'amore per degli artisti. quando da semplice intrattenimento diventano chiave per capire la tua vita.
divenni monomaniacale. spendevo tutti i miei pochi risparmi nel recuperare la loro ricca discografia. imparai tutte le loro canzoni a memoria. 
passai l'inverno più triste della mia vita e la loro musica mi fu unica, preziosissima compagna.
e, ancora una volta, fu la musica a salvarmi. e ad aiutarmi a resistere, a superare anche quel momento. 
così venne la primavera.
decisi che quell'amore per gli R.E.M. poteva servirmi a qualcosa, poteva essermi d'esempio.
ripartirò anch'io, lascerò molte cose alle spalle, uscirò dalla mia comfort zone. zoppicherò ma saprò ancora camminare, come ancora sa camminare un cane senza una zampa (semicit.).
presi carta e penna e scrissi una lunga lettera a una mia compagna di liceo, una di quelle che con più dispiacere avevo perso di vista.
mi ricontattò.
cominciai a uscire con alcune compagne di università.
d'estate andai a vedere gli R.E.M. a Bologna con mio padre, in una caldissima giornata di luglio.
ricominciai a vivere.

lunedì 17 giugno 2013

#183. be inspired: Jessie Ware. Devotion

 
Voglio tornare a parlare di musica con una certa sistematicità, e mi piace l'idea di farlo dedicando questo comeback post a un'artista scoperta pochi mesi fa, ma già entrata a pieno titolo tra i miei artisti favoriti.
Infatti, in un panorama musicale schizofrenico finalmente normalizzato dal bombastico exploit di Adele, dopo anni di porno pop femminile di poca sostanza artistica, l'arrivo di una artista come Jessie Ware, britannica anche lei ma di poco più vecchia, conforta e incoraggia. Diversa pur in una continuità di gusto soul declinato con classe e personalità, Jessie ha infatti carisma e voce più discreti ma non per questo meno affascinanti. 

I paragoni con Sade si sono sprecati, riferendosi sia a un impianto musicale elegantissimo, sensuale e soul, sia a quell'immagine da cocktail bar anni Ottanta che rese iconica la cantante anglo-nigeriana: capelli nerissimi tirati indietro, femminilità discreta, magari un Martini in mano e il partner reduce da un business meeting. 

In realtà, non è solo Sade il paragone che è stato scomodato: si cita infatti la Whitney Houston più raffinata, la ballabilità e lo spirito frizzante e malizioso di Lisa Stansfield così come l'Eighties soul alla Marvin Gaye. 

Partendo da questi presupposti, Jessie riesce comunque a far emergere le sue grandi doti interpretative e a rimanere ancorata alla modernità strizzando l'occhio a generi come il dubstep e il dream-pop e in qualche modo nobilitandoli e privandoli di quella patina di banalità tipica delle mode del momento. 
Date queste premesse, è facile comprendere perché il debutto di Jessie Ware, l'album Devotion, abbia raccolto giudizi entusiastici ovunque. 

Giunta quasi per caso a incidere la parte vocale per un brano di SBTRKT, progetto musicale del DJ e producer Aaron Jerome, si fa notare per la voce potente e la sicurezza dell'interpretazione. Detto, fatto: contratto con una major, strategia di marketing ben congegnata, styling rigoroso e riconoscibile, gran team di autori e producers. 
 Il risultato: un disco compatto e coerente, dotato di fortissima personalità, un debutto già sorprendentemente maturo. E così troviamo il pop/soul un po' Whitney un po' Sade di Sweet Talk e Running ma anche il dubstep di 110%, una canzone minimale e leggera che sembra fatta di aria. 
C'è la grande ballata pop di Wildest Moments che paga magnificamente pegno a Florence + the Machine (non a caso: l'autore è lo stesso) e il conturbante tono dark di Swan Song. C'è il modernissimo gospel dark di Taking In Water, commovente e intensa, e i ritmi hip hop di No To Love
Tutto è al posto giusto, le chiavi di lettura sono l'eleganza, la misura e la riconoscibilità, e colpisce soprattutto la cura del dettaglio ravvisabile in ogni aspetto di questo progetto, dalle canzoni all'artwork, ai video, allo styling. Non farà i numeri roboanti di Adele perché rivolta a un target più ristretto, ma la sorprendente maturità di Jessie Ware promette di renderla un personaggio musicale di assoluto rispetto capace di ripulire ulteriormente l'immagine del pop femminile, troppo maltrattata da strategie di vendita rivelatesi poi suicide.

mercoledì 29 maggio 2013

#182. music saves. episodio 9. the last days of teenage years


L'estate del 1997 non fu degna di nota, se non per un particolare importante: i miei primi due giorni di vacanza da sola con la mia più cara amica. Due giorni, eh, niente di che. A Finale Ligure, poi. Però carini, divertenti, un'esperienza di autonomia che non avevo ancora provato
E una colonna sonora che non dimenticherò, un altro di quei piccoli miracoli pop in cui magicamente critica e pubblico si incontrano: Bittersweet symphony dei Verve. 

I Verve erano una band inglese che, beneficiando degli ultimi strascichi del brit-pop, riuscì a suscitare l'attenzione di stampa musicale, marketing e pubblico grazie a un grande singolo (Bittersweet symphony, appunto) e a un album spettacolare, un altro dei mitici timeless classics della vostra cialtrona: Urban Hymns. A parte il meraviglioso titolo, l'album è perfetto dall'inizio alla fine. Un magma di emotività esplorata in tutte le sue gradazioni, dalla rabbia all'amore, dalla malinconia alla sospensione lisergica. 
Era chiaro fin da subito che il brit-pop non era stato altro che il cavallo per attraversare il fiume. C'era dell'altro: ben altro. Un rock'n'roll chitarristico suonato da dio, un senso della melodia quasi beatlesiano, atmosfere psichedeliche degne del miglior rock anni Settanta. Se non bastasse, un elemento che nelle grandi band non manca mai: un leader carismatico in perenne conflitto con l'altro grande ego del gruppo, il chitarrista. E tutto il corollario rock'n'roll di droga e camere d'hotel sfasciate. 
I Verve sono stati una fiammata potentissima ma breve e instabile, nella storia del rock: questo è stato il loro limite e il loro fascino. 
Ma torniamo al mio percorso psicovintage: estate 1997, prima vacanzina da sola, i Verve. Evidentemente fu una botta di autostima e di good vibes perché l'ultimo anno di liceo fu, insieme al terzo, in assoluto il più piacevole. Le vecchie amicizie, quelle sane, si cementarono; quelle che non erano vere amicizie si persero; e ci furono nuovi compagni di strada a farmi piacevole compagnia. Ci furono un sacco di feste dei diciotto anni, facevo una vita discretamente mondana (per i miei standard ovviamente), in qualche modo avevo trovato una mia collocazione, una mia femminilità, un mio saper stare al mondo. Decisi che mi bastava ciò che avevo, andava bene così. Ero sempre la solita timida, imbranata coi ragazzi e ingenua, diciamolo. E con quella complessità di fondo che mi faceva ingrovigliare le situazioni più semplici. 
Ma ero io, in cerca di me stessa, che mi confrontavo con un mondo sempre più adulto: l'esame di maturità, la patente, la scelta dell'università. Finalmente molti pezzi si stavano ricomponendo, ma ero anche consapevole che nuove, ben più grandi sfide mi aspettavano, e che comunque parecchi nodi sarebbero venuti al pettine.
Nel frattempo, però, mi godevo un periodo sereno e tutto sommato spensierato, in cui alcuni screzi passati si vennero persino a ricomporre. 
A tal proposito, ho da sempre una teoria: quella delle foglie d'autunno. Le cose della vita tendono al massimo della loro bellezza un attimo prima di spegnersi. Ecco: i mesi scolastici tra il 1997 e il 1998 furono esattamente questo.
E, come sempre, più io vivevo più la musica rimaneva sullo sfondo, veniva fruita in modo più passivo. Verve a parte, che furono davvero il fil rouge di quell'anno, il resto fu poca cosa: Natalie Imbruglia, stellina pop di quel periodo, Tragic Kingdom dei No Doubt, Ok Computer dei Radiohead, Homogenic di Bjork, Big Calm dei Morcheeba, Ray of Light di Madonna. Intendiamoci: poca cosa per modo di dire. Ciascuno di questi album ha probabilmente rappresentato il climax delle rispettive carriere. Però ero io che mi rapportavo alla musica in modo diverso. Una compagna discreta, che sapeva quando mettersi da parte. E così fu, anche quella volta. La musica sapeva sempre come salvarmi, anche restando sullo sfondo.

(continua...)

mercoledì 8 maggio 2013

#181. musica per i lunghi inverni.

cari amici e lettori del blogghino, il tempo passa, io cambio e la mia vita con me, ma alla fine torno sempre a una delle mie poche, incrollabili certezze.
e infatti, in questi quattro mesi folli di stravolgimento totale della mia esistenza, indovinate un po' qual è stato il mio appiglio, la mia copertina calda?
la musica, sempre lei, l'unica garanzia di essere me stessa, l'unico luogo in cui tornare per ritrovarmi.
e di dischi, credetemi, ne ho ascoltati davvero tanti, così tanti che ho dovuto scegliere i migliori per potervene parlare senza tediarvi.
pronti per il viaggio? si parte!
Alicia Keys: Girl on Fire
non sono mai stata una sua grande fan: troppo perfetta, troppo pulita. mancava sempre qualcosa. con questo disco, piacevolissimo, l'ho finalmente capito: mancava l'esperienza della vita. diventata moglie e madre, Alicia trova nella realtà ispirazione, potenza e cuore. romantico, caldo e rinvigorente: per serate fredde tra un bagno profumato e una candela accesa.
la migliore èListen to Your Heart
ma io ti consiglio anche: Tears Always Win, New Day, That's When I Knew

Bruno Mars: Unorthodox Jukebox
è il primo grande disco pop di questo 2013 che ne sta dando via a pacchi. Bruno Mars conferma il talento già visto nel suo primo album e anzi compone con cura e personalità un vero bignami della pop e black music degli ultimi decenni. voce splendida, capacità naturale di scrivere grandi melodie. musica leggera nella migliore delle sue accezioni.
la migliore è: Locked Out of Heaven
ma io ti consiglio anche: Treasure, Natalie, Moonshine

Kesha: Warrior
ascoltato e riascoltato decine di volte, questo album è stato un fornitore di good vibrations eccezionale nei momenti più complicati della mia nuova vita. inaspettato, irresistibile e vitale, un album pop come deve essere fatto: coi colori, i glitter, le melodie, la modernità (a volte eccessiva nell'assecondare le mode del momento), ma soprattutto con quell'ironia cialtrona e quell'attitudine genuinamente rock'n'roll che le permette di ospitare nientemeno che Iggy Pop, The Strokes e Patrick Carney dei Black Keys. e allora.
la migliore è: Past Lives 
ma io ti consiglio anche: Wonderland, Crazy Kids, Die Young


Foxygen: We are the 21st Century Ambassadors of Peace and Magic
folle e sconclusionato fin dal titolo, l'album dei Foxygen è, in quest'epoca sempre più retromaniaca, uno dei più riusciti pastiches di musica del passato: Sixties and Seventies, psichedelia, Lou Reed, cambi di registro, glam, Rolling Stones, atmosfere sospese, rock'n'roll e soprattutto grande ironia. nulla di nuovo, ma curioso e curiosamente piacevole.
la migliore è: Shuggie
ma io ti consiglio anche: San Francisco, Oh Yeah, On Blue Mountain

Nick Cave and The Bad Seeds: Push the Sky Away
gli ascoltatori si sono assai divisi su questo disco: i detrattori, per esempio, lo trovano noiosissimo. e invece io, che non ho mai amato molto Nick Cave, qui mi sono innamorata un po' di tutto: dell'atmosfera, del titolo, della copertina. un disco cupo e notturno, certamente, ma che richiede tempo e sensibilità per disvelarsi. quando lo fa, tuttavia, è uno scrigno di meraviglie quello che si apre davanti a voi. sensuale, teso, cinematico, minimale. magnifico.
la migliore è: Jubilee Street
ma io ti consiglio anche: Mermaids, We Real Cool, Higgs Boson Blues

James Blake: Overgrown
non particolarmente colpita dal primo, omonimo album di James - troppo minimale e asciutto, troppo poco ascoltabile per me - mi sono ricreduta completamente con questa meravigliosa manciata di canzoni, in cui il suo peculiare less is more e il suo soul solo apparentemente glaciale si fonde con la melodia e talvolta persino con il pop e la dance. sembra un album proveniente da un'altra dimensione, profondamente emozionante ma in un modo inedito e assolutamente non convenzionale. qui non si scherza: da ascoltare senza se e senza ma.
la migliore è: Retrograde
ma io ti consiglio anche: Overgrown, At Last, Voyeur

Rhye: Woman
sulla scia dell'incantevole Jessie Ware, un altro album che fa del pop soul di gran classe la sua forza. c'è molto delle atmosfere patinate di Sade, nel cantato e negli arrangiamenti, e quello che emerge è in definitiva un grande disco soul senza tempo, che pesca sì dal passato ma con grazia e conturbante sensualità. ci sono dei dischi che sembrano non recare segni di sforzo da parte di chi li ha composti: Woman è uno di questi piccoli miracoli della pop music.
la migliore è: Major Minor Love
ma io ti consiglio anche: The Fall, Shed Some Blood, Open

Suede: Bloodsports
in un'epoca di eterni ritorni, più o meno dignitosi, devo ammettere che ho guardato al comeback album degli Suede con sospetto e timore. troppo ho amato la loro musica, nei complicati anni Novanta, per poter sopportare un buco nell'acqua o, peggio ancora, intravedere una mera ragione economica. e invece abbiamo di fronte a una gradita eccezione. certo non siamo ai livelli dei tempi d'oro, ma quella voce e quelle melodie sono sempre grandi e grandiosamente epiche. bentornati!
la migliore è: Barriers
ma io ti consiglio anche: It Starts and Ends with You, Snowblind, Faultlines

Woodkid: The Golden Age
se James Blake costruisce un grande disco togliendo, l'esatto contrario avviene con questo primo, eccellente album di Woodkid, nome dietro il quale si cela l'artista visuale Yoann Lemoine. Woodkid infatti concepisce un unicum ambizioso e a fuoco fatto di musica e immagini tra loro inscindibili: malinconico ed epico, l'album è una lunga cavalcata attraverso le disillusioni del diventare adulti, e alterna con maestria momenti raccolti ad altri vigorosi e potenti, emozionando spesso oltre misura. una bomba, davvero.
la migliore è: Run Boy Run
ma io ti consiglio anche: The Golden Age, I Love You, Ghost Lights

giovedì 18 aprile 2013

#180. a place to belong


sono arrivata a Berna come in un sogno, la vita cambiata in un attimo senza nemmeno accorgermene. 
io, Giordano, Amelie e una piccola macchina stracolma di oggetti.
all'inizio, una casa in subaffitto per due mesi: bellissima, una mansarda con terrazzino e lucernari che davano sulla splendida vista di Berna e delle sue montagne. il quartiere vivo e iperchic di Breitenrein, i negozi sotto casa, i mezzi pubblici a due passi. 
due mesi pieni di incombenze e disbrighi burocratici, lezioni di tedesco, momenti di scoraggiamento e malinconia alternati a fasi di adrenalinico entusiasmo.
una casa che non era nostra, un intermezzo necessario a capire cosa stava succedendo.
poi un lavoro, un lavoretto si potrebbe dire, piccolo piccolo ma dal grande valore umano e affettivo. e quella sensazione di sentirmi di nuovo utile e indipendente.
i premietti per affrontare i momenti più duri: una borsa, un paio di orecchini, un vasetto di primule, un cupcake. le mille ricette di cucina da sperimentare in quelle ore di solitudine troppo lunghe, quando una chiacchiera con un'amica è la cosa che più desideri al mondo, vorresti i tuoi genitori per un consiglio e sono davvero troppi giorni che nevica e la temperatura non sale mai sopra lo zero.
le mille fotografie fatte per condividere un'esperienza così grande senza dover usare le parole.
la sensazione di avere fatto la scelta giusta, ogni volta che incontri lo sguardo sereno della gente, constati la loro infinita pazienza, ti sbalordisci per quel senso dell'organizzazione a noi quasi ignoto. e l'onestà. e i mezzi pubblici più incredibilmente efficienti che possiate immaginare. e tutto quel verde, e tutti quei bambini, e tutte quelle mamme giovani. e i papà, gli adorabili young daddies svizzeri che meriterebbero un post a parte: la loro dedizione e tenerezza, il loro essere così premurosamente spericolati (ebbene sì, non è un ossimoro: qui è una realtà).
e poi, la nostra casetta. a un passo da quel gioiellino che si chiama Rosengarten, il giardino delle rose, un posto dove appena scoppia la primavera la parola d'ordine è take it easy & enjoy the nature.
il bellissimo balcone che dà su un giardino di prati e alberi; i giochi per i bambini; le scene di vita familiare quasi condivise, perché qui le tende si usano poco e quel che ne viene fuori è un naturale senso di comunità. 
una casetta bianca, una lavagna su cui scrivere la mia storia, la nostra storia.
soffrire, mettere in discussione tutto, ricominciare da capo e scoprire quanto si è forti e quanto poco lo si credesse.
sentire che questa volta sei tu che decidi la tua vita, non le tue paure. che c'è ancora una possibilità che i sogni si possano realizzare. 
capirlo mentre ci si asciuga il sudore.
spostare il limite, uscire dalla zona sicura, che forse tanto sicura non era. e trovare quel luogo a cui si appartiene o, come dicono benissimo gli anglofoni, a place to belong.
ben tornati sul mio blogghino.