care amiche e amici del blogghino,
voglio festeggiare con voi quest'anno ricco di novità e sorprese con tanti piccoli regali musicali...
ho infatti pensato di donarvi, da oggi fino al 20 dicembre, una piccola playlist al giorno, rigorosamente selezionata da me.
partiamo in grande stile con strong female!, una playlist che raccoglie le migliori performance femminili di questo 2013: troverete Janelle Monáe, le Haim e M.I.A., che già vi ho raccontato nel post #188, ma anche il modernissimo connubio tra elettronica e pop con AlunaGeorge e i Disclosure, la confessione di Kelly Rowland che vuota il sacco su Beyoncé e su una passata lovestory violenta, e infine la conturbante musica da cinema di Alison Goldfrapp.
buon ascolto e a domani.
tracklist:
1. Janelle Monáe feat. Erykah Badu: Q.U.E.E.N.
2. HAIM: Falling
3. Disclosure feat. AlunaGeorge: White Noise
4. M.I.A: Exodus
5. Kelly Rowland: Dirty Laundry
6. Goldfrapp: Strangers
martedì 10 dicembre 2013
venerdì 6 dicembre 2013
#188. musica bella per cambidistagione avventurosi
parlerei di musica, scriverei di musica ogni giorno della mia vita. lo sapete. l'inconveniente è che la mia vita non è per nulla d'accordo con me, e mi fa galoppare piantandomi continuamente i suoi speroni nella schiena. e va bene, sono periodi, in fondo c'hai ragione tu, vita.
però questo non significa che la musica si metta in secondo piano. no, no e no: lei è talmente presente che un suo spazio lo trova comunque, si infila, si acquatta, striscia tra i rari spazi calmi delle mie giornate.
e mi tiene ancorata a me stessa meglio di qualunque altra cosa.
e allora eccola, la musica bella di questa estate a rotta di collo e di questo autunno meravigliosamente caleidoscopico e caldo.
sono rimasta un po' indietro nel raccontarvela, ma credetemi: non mi sono persa nulla.
un album fatto di luce, di buone vibrazioni, carico di suoni belli - il canto degli uccelli, le voci di una festa, il vento, uno scampanellio luccicante - che suona meravigliosamente in cuffia, in beata solitudine, ma anche a tutto volume con la testa fuori dal finestrino o in un party sulla spiaggia al tramonto.
solare, estivo e breezy, pur senza perdere quella sottile malinconia che contraddistingueva il precedente, sensuale e notturno album di Washed Out, Within and Without, Paracosm è un pop anomalo dalla texture elegantissima, è arioso negli arrangiamenti, è chill out ma non banalmente à la Cafè del Mar, è il manifesto di tutti quei momenti di impalpabile pace col mondo che solo la musica - certa musica, come questa - riesce a catturare.
rarefatto e sfuggente, dolcissimo e insinuante, ritmico, chitarristico e melodico seppur sospeso e lisergico, il secondo album di Ernest Green è classe pura, sono le good vibes fatte musica che tanto piacciono a noi amici del blogghino.
la migliore è: It All Feels Right
ma ti consiglio anche: Don't Give Up, Weightless, Great Escape
ecco, questa la potete anche saltare. è una mia debolezza, è un peccato d'amore, è il tributo a una delle band che amo di più fin da quando sono ragazzina.
per cui, se non condividete con me questa cieca passione, potete saltare al prossimo album, dove tornerò a essere obiettiva (anche se pur sempre cialtrona).
Lightning Bolt è il *esimo album dei Pearl Jam (quanti ne hanno già fatti? trenta? cinquanta? cento? boh, per me non saranno mai abbastanza).
è vero, quando ne pubblichi così tanti il mestiere ti sostiene, copre i buchi di ispirazione, è una garanzia per il fan (eccomi).
ma proprio qui sta il punto: quando vacillo in cerca di punti di riferimento - e in questi mesi ho vacillato spesso - ho bisogno delle mie certezze. ho bisogno della mia mille volte citata copertina calda, quella di cachemire color crema, ho bisogno di mio marito che mi abbraccia, ho bisogno della mia tazza di camomilla e di Amelie che mi dorme vicino. ecco: da quando i R.E.M. si sono sciolti questo ruolo l'hanno ereditato i Pearl Jam, e per me il solo fatto che esca un loro album significa che la vita continua, che io esisto ancora e che, in ogni caso, non sarò mai sola.
la migliore è: Sleeping By Myself
ma ti consiglio anche: Getaway, Sirens, Pendulum
esiste ancora qualcuno in grado di suonare la pop song perfetta? quella leggera ma non sciocca, suonata bene e cantata meglio, senza grandi pretese se non quelle di far trascorrere tre minuti fischiettando e battendo il piedino? sì, quel qualcuno esiste. e sono tre sorelline americane che, con questo loro primo, adorabile album hanno conquistato cuori e orecchie di molti. indie ma non snob, sicure di sé eppure deliziosamente ironiche (vedere la copertina! e i video!), ricordano la primissima Madonna e la plasticosità degli anni Ottanta nella sua accezione migliore, ma anche l'irresistibile r'n'b di Destiny's Child e TLC nelle soluzioni ritmiche e nei tempi sincopati. non cercate grandi rivelazioni sulla vita o innovazioni che cambieranno la storia della musica, perché qui non le troverete. troverete un semplice disco pop, di quelli da ascoltare in macchina con le amiche tra un pettegolezzo e una risata, canticchiando il ritornello di una loro canzone già alla seconda volta che la ascolterete.
amo il pop quando è questo: l'immagine musicale della difficilissima, insidiosa, sfuggente arte della leggerezza. non ci cambierà la vita, ma può rendercela un po' più sopportabile, in certi momenti.
la migliore è: Falling
ma io ti consiglio anche: My Song 5, Don't Save Me, Running If You Call My Name
they all should love you, Janelle.
tre anni fa hai debuttato con un album ispirato, ambizioso, ricchissimo, The Archandroid. e ora te ne esci con un successore che riesce a fare ancora di meglio. fin dal titolo, il titolo più meraviglioso che potessi pensare, perché Electric Lady suggerisce un'immagine di forza, consapevolezza e magnetismo femminile senza pari.
immagine che si disvela e si impone non solo nel titolo, ma anche nell'album stesso, un lungo viaggio tra i generi musicali fatto di grandi canzoni.
Janelle continua a tenere alta la barra, e si fa accompagnare da ospiti di tutto rispetto che non fanno che impreziosire ulteriormente qualcosa di già notevole: Prince (cosa hai detto?!?) Erykah Badu (ve l'avevo mai detto che la considero, assieme a M.I.A, la donna più cool del pianeta? così, per dirvelo), Solange (eccone un'altra!), Miguel, talento del nuovo r'n'b, e infine (ma: last but not least) la raffinatissima Esperanza Spalding con tutti i suoi meravigliosi capelli.
Janelle Monáe è uno dei massimi talenti della pop music in senso ampio oggi in circolazione, eppure ancora non ha incontrato il plebiscito universale che meriterebbe. dicono che il tempo è galantuomo: per te, Janelle, francamente me lo auguro.
la migliore è: The Electric Lady
ma io ti consiglio anche: Q.U.E.E.N., Prime Time, Can't Live Without Your Love
così come per l'album di cui vi ho parlato qui sopra, anche per Reflektor l'attesa era tanta. anzi, diciamolo pure: tantissima. mi sono innamorata degli Arcade Fire con il loro album precedente, The Suburbs, che ritenevo il giusto compromesso tra l'ambizione di arrivare al grande pubblico e la capacità di mantenersi originali e distinguibili, ad altissimo livello. esattamente come Janelle Monáe, per intenderci.
ed eccomi quindi ad accostarmi a queste due eccellenze della musica contemporanea carica di aspettative. e credetemi: neanche in questo caso sono state deluse.
l'album ha diviso molto, e se vi va di documentarvi leggerete le opinioni più disparate: ma per me che adoro la melodia, la grandiosità degli arrangiamenti ma anche la possibilità di muovere il culetto questa è la perfezione assoluta.
c'è il pop sintetico degli anni Ottanta, c'è la ballabilità intelligente, c'è il rock'n'roll, c'è l'attitudine di chi vuole riempire gli stadi e non se ne vergogna.
sono felice che la musica da ballo sia protagonista negli album che ho amato di più in quest'anno complicato e fondamentale della mia vita. d'altronde, muovere il corpo è l'espressione più elementare, libera e gioiosa di noi stessi.
cosa chiedere di più alla musica?
la migliore è: Reflektor
ma io ti consiglio anche: We Exist, It's Never Over (Oh Orpheus), Normal Person
M.I.A.: Matangilo dico subito a scanso di equivoci: M.I.A è una di quelle donne che, se fossi un uomo, amerei follemente. è uno schianto, non dimostra assolutamente i suoi quasi 40 anni, ha un senso dello stile personalissimo in cui tutto sembra stare al posto giusto nonostante appaia completamente scombinato, è intelligente, provocatoria, indipendente, sa unire modernità e senso delle proprie radici come nessun altro nel mondo della musica.
M.I.A è tornata dunque, dopo molte controversie e a quasi due anni di distanza dal pazzesco singolo di lancio Bad Girls (video fantastico, recuperatevelo! è qui sotto!), con il suo quarto album.
album che, dopo averlo ascoltato per intero - e con le cuffie: mi raccomando con le cuffie - ti lascia steso come dopo un incontro di boxe.
nonostante il successo e la popolarità raggiunte negli ultimi anni (vd. la collaborazione con Madonna) M.I.A prosegue indomita il suo percorso, che è pur sempre pop, ma imbastardito da continui riferimenti a culture e generi musicali differenti. come i suoi irresistibili outfit, anche la sua espressione artistica a tutto tondo rimane unica proprio perché capace, lei sola, di armonizzare l'impensabile e di costruire sulla disarmonia e l'attrito una intera poetica musicale.
anche qui si muove il culetto, e tanto: ci si diverte un mondo, si viene presi a cazzotti, storditi, e c'è spazio, molto più di quel che ci si potrebbe aspettare, per il pensiero. libero di correre dove vuole.
la migliore è: Bad Girls
ma io ti consiglio anche: Karmageddon, Bring the Noize, Exodus
venerdì 29 novembre 2013
#187. helvetic gardening for beginners
| il mio primo acquisto! |
è come quando scali una montagna altissima di cui non vedi la fine: sai che la cima c'è, non sai se ci arriverai (viva), ma fondamentalmente hai bisogno di appigli per continuare a salire.
ecco, per me questi appigli si chiamano scrittura, musica, cucina... e giardinaggio.
ma oggi non vi parlerò di un giardinaggio qualunque, ma del giardinaggio in terra elvetica: per me, territorio del tutto sconosciuto.
| balconcino primaverile con primula |
questo all'inizio, dodici mesi fa. perché, cari amici del blogghino, ce l'ho fatta. ho carpito segreti e astuzie e ora vi racconto le mie conquiste. sperando che durino.
chi mi segue conosce tutte le mie sventurate peripezie florovivaistiche in quel di Collegno: entusiasmi iniziali puntualmente annientati da invasioni bibliche di parassiti cicciuti e voracissimi, disperati tentativi rock'n'roll di salvataggi in extremis, inaspettate e miracolose resurrezioni dopo mesi di morte apparente.
| ibiscus in full bloom |
qui mi aspettava un libro fatto di pagine bianche, tutte da scrivere. per quel che riguardava la mia vita ma anche botanicamente parlando.
in primis: dove le metto, le piante?
il balcone: ahimè, ne ho uno solo. e neanche tanto grande. ma questo balconcino ha una caratteristica positiva: un sacco di spazio per sistemare vasi pensili.
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| la guardiana dei pinetti |
non solo: essendo io al primo piano, le possibilità di accoppare incauti vicini del piano di sotto con un vaso sventatamente sporgente si autoriducono di un buon 80% (per la cronaca: c'è solo la signora Connelly, di sotto, che è talmente impegnata a cantare Beyoncé e Justin Timberlake dalla mattina alla sera che difficilmente si affaccia al balcone).
ecco allora nella mia mente il pensiero di ricoprire completamente la superficie pensile utile con tutte le piante che mi venivano in mente.
e che piante ti vengono in mente a Berna, che sta a a circa 600 metri sul livello del mare, è molto secca e ventosa, ha inverni lunghissimi e nevosi, primavere variabili, estati tiepide e meravigliosi autunni?
e soprattutto: affacciandosi il mio balcone su un delizioso giardinetto/boschetto pieno di alberi, come la mettiamo coi parassiti?
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| la neve non ci spaventa |
e qui mi sarei meritata un bello schiaffone, come tante volte sarebbe dovuto accadere da quando sono qui.
perché, sapete, Berna e gli svizzeri io, a volte, li sottovaluto. e loro mi fregano, mi sorprendono sempre, e alla fine se la cavano alla grande.
e le piante, e gli alberi pure, sono svizzeri. potevano forse deludermi? no.
e allora sai che c'è?
che non una delle decine di piantine che hanno trovato ospitalità sul mio balconcino si è ammalata.
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| assetto autunnale |
sono cresciute tutte serenamente, ultimamente alcune di loro si sono ingiallite per processo fisiologico (è autunno), e quelle che sono defunte lo devono alla mia imperizia o al mio eccessivo zelo di innaffiatura.
parassiti: zero.
eccessivo gelo? nessun soldato rimasto sul campo.
troppo caldo? nah, a Berna il caldo dura due giorni.
e allora eccole: le primule, durate un paio di mesi. e poi le roselline, comprate a maggio e fiorite per tutta l'estate eleganti e sensuali. e l'esuberante ortensia, tuttora viva e combattiva sebbene la sua fioritura sia terminata. e l'ibiscus, una sorpresa assoluta, un fiore acquistato in agosto con il presentimento che sarebbe durato una settimana e invece continua tuttora a mettere germogli. sì, l'ibiscus, quel fiore meraviglioso delle zone calde del mondo. sì, l'ibiscus, qui, in Svizzera, fiorisce anche sotto la neve.
e poi i re e le regine di questa stagione: i severi pinetti sempreverdi, baluardo affidabile contro i venti, e le eriche, le independent women del mio vivaio, toste eppure vezzose, resistenti alle intemperie e coloratissime.
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| good vibes d'autunno |
ma chi l'aveva mai avuto, ad autunno inoltrato, un balconcino così ricco di piantine? proprio io che, in Italia, all'inizio di ottobre tiravo i remi in barca sbaraccando tutto e dichiaravo chiusa la stagione del giardinaggio improvvisato?
e invece eccole, tutte in fila, da una parte il simpatico disordine creativo e un po' shabby di ibiscus, rosa e ortensia, coi vasi tutti diversi e iperfemminili.
e, dall'altra parte, il rigore giansenista di pini ed eriche, in simmetrica alternanza sdrammatizzata da ironici coprivaso colorati.
adesso vediamo come passeremo l'inverno, io e loro.
ormai siamo un tutt'uno: resistiamo laddove molti (forse anche noi stessi) non ci credevano nemmeno, e attendiamo fiduciosi l'arrivo di una nuova primavera.
ps: state sul pezzo perché sto considerando di avventurarmi in un territorio botanico da me ancora inesplorato: le piante da appartamento. vi farò sapere.
martedì 5 novembre 2013
#186. music saves. episodio 11. about love, Lauryn, Napster and the Great Beyond.
ovvero: materiale per ricattarmi se non mi volete bene o ogniqualvolta non siate d'accordo con le mie recensioni a ca**o
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| Lego-R.E.M.! |
col senno di poi, fu un segnale che non seppi decifrare molto bene, e forse oggi la mia vita sarebbe diversa.
ma tutto ha un senso, soprattutto gli errori.
perché sembra esserci una parte di me che teme la felicità, o per meglio dire che la temeva. forse penso di non meritarmela, di non fare o di non essere mai abbastanza.
ero dannatamente abbastanza, ero anche troppo, ero un'esplosione di vita e di curiosità.
mi aprii alla vita come mai avevo fatto fino ad allora e, per l'ennesima volta, come in un ciclo che da molti anni si ripeteva, la musica restò indietro, e le ossessioni degli ultimi anni cedettero il posto agli ascolti distratti e passivi alla radio e sulle piste da ballo.
mi sentivo finalmente attraente e femminile, degna di attenzione e stima.
e non poteva che succedere: solo quando ti apri alla vita sei pronto per l'amore.
e la musica rimane sullo sfondo, rimane qualcosa che lo sostituisce, l'amore, ma non può eguagliarlo mai, nemmeno lontanamente.
fu l'inizio di anni strani e tormentati, di una relazione a distanza bellissima e lacerante, della mia grande storia d'amore.
tutto ciò che di stimolante e nuovo è accaduto a partire dall'inizio degli anni Duemila, l'ho ignorato per lungo tempo. i suoni non potevano permettersi di rubare tempo e pensieri all'amore.
e, complice una nuova fruizione della musica stessa, furono anni di accumulo vuoto e compulsivo.
e, complice una nuova fruizione della musica stessa, furono anni di accumulo vuoto e compulsivo.
tra il '99 e il 2000, infatti, scoprii l'esistenza di uno strano programma dal nome Napster. avevo sentito che, gratuitamente, si potevano trasferire i file di intere canzoni nel proprio PC senza muoversi da casa. il procedimento divenne automatismo: canzone alla radio e/o su MTV -> ricerca su Napster -> ascolto su PC. tutta la musica del mondo nelle mie mani, in un sogno a occhi aperti che non avrei immaginato nemmeno un anno prima.
perciò addio alle compilation sgangherate su musicassetta a strappare morsi di canzoni dalla radio. addio alle scritte a pennarello coi nomi dei brani. addio walkman con mangianastri. addio spedizioni in quel noleggio video che, non si sa come, noleggiava anche CD che potevo allegramente e con bramosia fare miei (su musicassetta, of course).
l'anno 2000 segnò la fine del supporto magnetico, e con essa la fine di tutto ciò che ero stata fino ad allora: dei miei sogni di ragazzina, dei tragitti verso la scuola con le cuffie ad alto volume, della poesia della ricerca, in cui interi pomeriggi venivano dedicati al tuning spasmodico a caccia di quella canzone. avere l'accesso illimitato era inebriante, ma sterile. toglieva una parte attiva e creativa importante all'ascolto e alla fruizione stessa della musica.
avere tutto era come non avere niente.
i ricordi non si imprimevano più con la stessa forza. il magnetismo del supporto non era solo fisico, ma sentimentale.
ricordavo perfettamente dove e quando avevo sentito quella canzone, in che momento l'avevo registrata. oppure, chi mi aveva passato la cassettina di quell'album per farmelo sdoppiare affinché io lo consumassi di ascolti.
le energie dell'ascolto, prima, erano focalizzate. ora, la nuova modalità era: ascolta e passa al prossimo.
tuttavia, come un ultimo regalo prima del nuovo corso, ci fu un album, uno degli ultimi che acquistai su cassetta, che seppe comunque trovare spazio in quella foga dell'accumulo.
un disco immenso e senza tempo. The Miseducation of Lauryn Hill.
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| incantevole Lauryn |
che Lauryn Hill fosse il grande talento dei Fugees era chiaro a tutti. una personalità unica nel suo genere, disinvolta tanto nelle rime quanto nel cantato. una tecnica personalissima che tuttavia non lasciava mai indietro l'interpretazione.
un disco enorme, un lungo viaggio di educazione sentimentale, di quelle che non si imparano a scuola. l'hip hop, il soul e l'r'n'b più moderni e ispirati da molto tempo a quella parte, e destinati a diventare una fonte di ammirazione e rispetto inesauribile per le giovani soul singers degli anni Duemila.
un disco enorme, un lungo viaggio di educazione sentimentale, di quelle che non si imparano a scuola. l'hip hop, il soul e l'r'n'b più moderni e ispirati da molto tempo a quella parte, e destinati a diventare una fonte di ammirazione e rispetto inesauribile per le giovani soul singers degli anni Duemila.
ce la siamo raccontata insieme, io e Lauryn, in quel periodo. imparavamo ad amare, tra mille errori e peripezie. i R.E.M. c'erano ancora, sempre e comunque in prima fila. c'era The Great Beyond. c'erano le attese degli incontri, le serate al Barrumba, le notti gelide spese ad aspettare tram che non arrivavano mai.
c'era la vita, finalmente, anche per me.
c'era la vita, finalmente, anche per me.
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mercoledì 17 luglio 2013
#185. musica per (non) primavere bernesi.
io non so se ci avete fatto caso, ma da quando abbiamo superato indenni il 21 dicembre 2012 sta succedendo un po' di tutto.
io, per esempio, mi sono sposata, e già questo dovrebbe farvi attrezzare per tempo in vista di un devastante cataclisma naturale. in realtà si sta sposando un sacco di gente, e soprattutto - meraviglia delle meraviglie - un sacco di gente è incinta!, il che significa che la fiducia nel futuro non manca, nonostante tutto.
papa Ratzinger si è dimesso (oh) e al suo posto è stato eletto il papa dal nome più bello del mondo, Francesco (che, tra l'altro, si sta rivelando un gran papa).
poi è successo che, per esempio, quello di quest'anno a Berna è stato il più lungo inverno che ci si ricordi da molto tempo a questa parte, e pare che tutta l'Europa centrale, Italia del Nord compresa, non se la sia passata molto bene. come se non bastasse, la primavera non è forse mai iniziata, manifestandosi a malapena per circa una settimana, a metà aprile.
se Giove pluvio non ci è stato dunque amico, dobbiamo invece ringraziare nostro Signore della musica perché quest'anno ci sta davvero salvando. l'anno scorso, infatti, a parte poche eccezioni, il piattume la fece da padrone, mentre quest'anno per me personalmente potrebbe già finire anche solo per il fatto che è uscito un disco ENORME e tutta una serie di altri dischi di notevoli dimensioni.
perciò, se volete, facciamo una passeggiata nella bella musica di questa surreale primavera così ci passa un po' di malinconia (e di freddo).
Daft Punk: Random Access Memories
lasciate perdere tutte le recensioni che avete letto o che leggerete e ascoltate me. quest'album spacca, e più lo riascolti, più è una meraviglia musicale. la band che ha reinventato la dance music negli anni Novanta, avvicinandola al pop per portarla a un livello superiore, stavolta smette i panni sintetici e omaggia la grande musica che l'ha ispirata, da Giorgio Moroder a Pharrell, da Casablancas (The Strokes) a Nile Rodgers (Chic), per citare i più conosciuti. tutto è rigorosamente suonato, la produzione è perfetta, ma vi consiglio di equipaggiarvi di un paio di ottime cuffie per apprezzarla a dovere. stratificazioni sonore, melodie irresistibili, vere e proprie sinfonie pop, senza mai dimenticare di muovere il culetto: è un viaggio sentimentale nella storia della musica da intrattenimento, dove cuore e cervello funzionano all'unisono senza togliersi spazio a vicenda.
quando esce un album così, che arriva forte sia agli esperti che agli ascoltatori distratti, bisogna avere onestà intellettuale, e chiamare le cose col loro nome: capolavoro.
ps: e, by the way. Get Lucky è la mia wedding song!
la migliore è: Giorgio by Moroder
ma io ti consiglio anche: Get Lucky, Instant Crush, Doin' It Right, Contact (in realtà tutte)
Disclosure: Settle
peccato che la parola capolavoro l'abbia appena usata. e di solito non la uso più di una volta all'anno. peccato, dico, perché altrimenti l'avrei usata per loro. loro sono due ragazzini inglesi (anche qui, chiamiamo le cose col loro nome), 21 e 18 anni, fratelli, e il loro album di debutto Settle è qualcosa di semplicemente sbalorditivo. è vero, infatti, che questo è probabilmente il momento giusto per la dance virata al pop, e che quindi le major mettano più volentieri mano al portafoglio sguinzagliando i loro talent scout, ma qui siamo di fronte a due poco più che teenager che prendono tutti i sub-generi della dance contemporanea - house, dubstep etc - e li innestano in una forma canzone pop servendosi di signori ospiti: la mia adorata Jessie Ware su tutti, ma anche AlunaGeorge, Eliza Doolittle, Sam Smith, e molti altri. il tutto con una sicurezza, con una visione d'insieme così solida che si direbbe farina del sacco di due plurinavigati deejays.
un disco di una piacevolezza e intelligenza estreme, che vi straconsiglio per sollevare momenti sottotono o come soundtrack per le vostre sessioni di running.
la migliore è: When a Fire Starts to Burn
ma io ti consiglio anche: Confess to Me, You & Me, F for You
Kanye West: Yeezus
lo ridico per chi se lo fosse perso tempo fa: quando si parla di lui è meglio separare completamente l'uomo dall'artista. perché il primo potrebbe (e forse succederà un giorno) rovinare il secondo per sempre.
l'uomo-Kanye West è uno stronzo. l'artista-Kanye West è un genio.
fatta questa premessa, non vi scandalizzerete più se dico che il titolo di questo album è una crasi tra il suo soprannome, Yeezy, e il nome di Gesù in inglese. e se vi dico che uno dei brani di questo album folle si chiama I Am God.
perché Kanye ci crede davvero, e vivaddio forse, perché solo un folle visionario può concepire un album così completamente diverso dai precedenti, cupo, minimale, spesso disturbante, servendosi di gente come Rick Rubin - uno dei più grandi produttori al mondo - e i Daft Punk, senza il timore di sembrare megalomane, misogino, e, appunto, una persona di merda.
e solo un folle può snobbare tutte le odierne strategie del marketing musicale, che lui stesso ha contribuito a influenzare, facendo uscire senza nessun preavviso un album senza videoclip né singoli e quasi senza copertina (vedere per credere).
follia pura o incommensurabile fiducia nei propri mezzi. o forse entrambe.
ciò che conta è che Kanye ha alzato di nuovo la barra. finora ha avuto ragione. vedremo il futuro, che cosa dirà.
la migliore è: Bound 2
ma io ti consiglio anche: Black Skinhead, New Slaves, Hold My Liquor
Mikal Cronin: MCII
spesso l'uso delle chitarre si associa a uno stato d'animo arrabbiato, ansioso, malinconico, depresso. fondamentalmente si tratta di direzionare l'energia, e la chitarra elettrica è sicuramente uno dei più potenti vettori musicali, in tal senso.
e tuttavia non sempre è così, e proprio l'album di Mikal Cronin è una piacevole, deliziosissima sorpresa: sembra di stare negli anni Novanta (e i muri di chitarre son proprio lì a ricordarcelo) ma con una leggerezza impensabile all'epoca, c'è un gusto pop misurato e solare, il tutto permeato da un mood molto sixties sospeso tra good vibes, malinconia e dolcezza.
amo molto questi gioiellini inaspettati, colonne sonore perfette per catturare stati d'animo indefiniti, sospesi, ma irradiati dalla luce calda delle illusioni e dei sogni.
pura poesia pop, ideale per i vostri momenti testa fuori dal finestrino-vento nei capelli.
la migliore è: Change
ma io ti consiglio anche: Weight, Peace of Mind, Turn Away
Kurt Vile: Wakin on a Pretty Daze
mi sono avvicinata a questo album seguendo un criterio che uso spesso: il titolo. non sempre ci prendo, ma di solito sì. ecco quindi che, guidata dalle suggestioni evocate da svegliandosi in un grazioso stordimento (pressappoco: l'inglese in questo caso funziona meglio) mi sono letteralmente tuffata in quest'esperienza musicale, testa e cuore liberi da preconcetti.
come suggerisce il titolo, ci si sveglia storditi dopo una sbornia, o un grande dolore, o un isolamento dal mondo che ci rende la ripresa di contatto con la realtà difficile e farraginosa.
è un disco di ritorno alla vita, fondamentalmente, e chi mi conosce sa quanto caro mi sia quest'argomento. una robusta seduta di psicoterapia che ti riporta su dopo che stavi per affogare. ma che si ferma un attimo prima del riaffioramento, in quel magico momento simile al dormiveglia in cui tutto sembra confuso ma che in realtà ospita picchi di lucida creatività e consapevolezza.
e la musica? direte voi. giustamente. la musica è al servizio di questo mood: musica che ha un suo passo, diverso da tutti gli altri, con le chitarre che anche qui omaggiano gli anni Novanta (vedi Cronin, sopra) senza però eccedere in energia negativa, la voce da crooner imperturbato e sonnacchioso di Vile, i brani lunghi, quasi sfatti alla fine, della sostanza di cui son fatti i sogni (semicit.).
e poi questa frase, che vale da sola il disco: "I might be adrift but I'm still alert / Concentrate my hurt into a gold tone".
non è forse questa la grande lezione del dolore?
la migliore è: Goldtone
ma io ti consiglio anche: Pure Pain, Girl Called Alex, Never Run Away
però leggevo recensioni entusiastiche ovunque, e mi sono incuriosita.
et voilà, la bellezza.
perché l'album del signor Matthew Houck usa il country come pretesto, come trama di seta su cui innestare un percorso psicomusicale di rinascita e catarsi, voce splendida e grandi arrangiamenti.
un percorso che nasce dalle zone buie e impervie della coscienza, facendosi aiutare da espedienti "moderni" ed elettronici quasi dream pop, per giungere al sole accecante della rinascita, musicalmente più tradizionale ma non per questo meno emozionante, tra archi e cori gospel che caratterizzano il magnifico trittico finale.
se Kurt Vile risale in superficie ma ci racconta l'attimo prima del riaffioramento, Phosphorescent mette la testa completamente fuori dalla finestra, sole in faccia e aria pulita nei polmoni.
rinfrancanti entrambi, ma in modo splendidamente diverso.
la migliore è: A New Anhedonia
io, per esempio, mi sono sposata, e già questo dovrebbe farvi attrezzare per tempo in vista di un devastante cataclisma naturale. in realtà si sta sposando un sacco di gente, e soprattutto - meraviglia delle meraviglie - un sacco di gente è incinta!, il che significa che la fiducia nel futuro non manca, nonostante tutto.
papa Ratzinger si è dimesso (oh) e al suo posto è stato eletto il papa dal nome più bello del mondo, Francesco (che, tra l'altro, si sta rivelando un gran papa).
poi è successo che, per esempio, quello di quest'anno a Berna è stato il più lungo inverno che ci si ricordi da molto tempo a questa parte, e pare che tutta l'Europa centrale, Italia del Nord compresa, non se la sia passata molto bene. come se non bastasse, la primavera non è forse mai iniziata, manifestandosi a malapena per circa una settimana, a metà aprile.
se Giove pluvio non ci è stato dunque amico, dobbiamo invece ringraziare nostro Signore della musica perché quest'anno ci sta davvero salvando. l'anno scorso, infatti, a parte poche eccezioni, il piattume la fece da padrone, mentre quest'anno per me personalmente potrebbe già finire anche solo per il fatto che è uscito un disco ENORME e tutta una serie di altri dischi di notevoli dimensioni.
perciò, se volete, facciamo una passeggiata nella bella musica di questa surreale primavera così ci passa un po' di malinconia (e di freddo).
Daft Punk: Random Access Memories
lasciate perdere tutte le recensioni che avete letto o che leggerete e ascoltate me. quest'album spacca, e più lo riascolti, più è una meraviglia musicale. la band che ha reinventato la dance music negli anni Novanta, avvicinandola al pop per portarla a un livello superiore, stavolta smette i panni sintetici e omaggia la grande musica che l'ha ispirata, da Giorgio Moroder a Pharrell, da Casablancas (The Strokes) a Nile Rodgers (Chic), per citare i più conosciuti. tutto è rigorosamente suonato, la produzione è perfetta, ma vi consiglio di equipaggiarvi di un paio di ottime cuffie per apprezzarla a dovere. stratificazioni sonore, melodie irresistibili, vere e proprie sinfonie pop, senza mai dimenticare di muovere il culetto: è un viaggio sentimentale nella storia della musica da intrattenimento, dove cuore e cervello funzionano all'unisono senza togliersi spazio a vicenda.
quando esce un album così, che arriva forte sia agli esperti che agli ascoltatori distratti, bisogna avere onestà intellettuale, e chiamare le cose col loro nome: capolavoro.
ps: e, by the way. Get Lucky è la mia wedding song!
la migliore è: Giorgio by Moroder
ma io ti consiglio anche: Get Lucky, Instant Crush, Doin' It Right, Contact (in realtà tutte)
peccato che la parola capolavoro l'abbia appena usata. e di solito non la uso più di una volta all'anno. peccato, dico, perché altrimenti l'avrei usata per loro. loro sono due ragazzini inglesi (anche qui, chiamiamo le cose col loro nome), 21 e 18 anni, fratelli, e il loro album di debutto Settle è qualcosa di semplicemente sbalorditivo. è vero, infatti, che questo è probabilmente il momento giusto per la dance virata al pop, e che quindi le major mettano più volentieri mano al portafoglio sguinzagliando i loro talent scout, ma qui siamo di fronte a due poco più che teenager che prendono tutti i sub-generi della dance contemporanea - house, dubstep etc - e li innestano in una forma canzone pop servendosi di signori ospiti: la mia adorata Jessie Ware su tutti, ma anche AlunaGeorge, Eliza Doolittle, Sam Smith, e molti altri. il tutto con una sicurezza, con una visione d'insieme così solida che si direbbe farina del sacco di due plurinavigati deejays.
un disco di una piacevolezza e intelligenza estreme, che vi straconsiglio per sollevare momenti sottotono o come soundtrack per le vostre sessioni di running.
la migliore è: When a Fire Starts to Burn
ma io ti consiglio anche: Confess to Me, You & Me, F for You
Kanye West: Yeezus
lo ridico per chi se lo fosse perso tempo fa: quando si parla di lui è meglio separare completamente l'uomo dall'artista. perché il primo potrebbe (e forse succederà un giorno) rovinare il secondo per sempre.
l'uomo-Kanye West è uno stronzo. l'artista-Kanye West è un genio.
fatta questa premessa, non vi scandalizzerete più se dico che il titolo di questo album è una crasi tra il suo soprannome, Yeezy, e il nome di Gesù in inglese. e se vi dico che uno dei brani di questo album folle si chiama I Am God.
perché Kanye ci crede davvero, e vivaddio forse, perché solo un folle visionario può concepire un album così completamente diverso dai precedenti, cupo, minimale, spesso disturbante, servendosi di gente come Rick Rubin - uno dei più grandi produttori al mondo - e i Daft Punk, senza il timore di sembrare megalomane, misogino, e, appunto, una persona di merda.
e solo un folle può snobbare tutte le odierne strategie del marketing musicale, che lui stesso ha contribuito a influenzare, facendo uscire senza nessun preavviso un album senza videoclip né singoli e quasi senza copertina (vedere per credere).
follia pura o incommensurabile fiducia nei propri mezzi. o forse entrambe.
ciò che conta è che Kanye ha alzato di nuovo la barra. finora ha avuto ragione. vedremo il futuro, che cosa dirà.
la migliore è: Bound 2
ma io ti consiglio anche: Black Skinhead, New Slaves, Hold My Liquor
spesso l'uso delle chitarre si associa a uno stato d'animo arrabbiato, ansioso, malinconico, depresso. fondamentalmente si tratta di direzionare l'energia, e la chitarra elettrica è sicuramente uno dei più potenti vettori musicali, in tal senso.
e tuttavia non sempre è così, e proprio l'album di Mikal Cronin è una piacevole, deliziosissima sorpresa: sembra di stare negli anni Novanta (e i muri di chitarre son proprio lì a ricordarcelo) ma con una leggerezza impensabile all'epoca, c'è un gusto pop misurato e solare, il tutto permeato da un mood molto sixties sospeso tra good vibes, malinconia e dolcezza.
amo molto questi gioiellini inaspettati, colonne sonore perfette per catturare stati d'animo indefiniti, sospesi, ma irradiati dalla luce calda delle illusioni e dei sogni.
pura poesia pop, ideale per i vostri momenti testa fuori dal finestrino-vento nei capelli.
la migliore è: Change
ma io ti consiglio anche: Weight, Peace of Mind, Turn Away
mi sono avvicinata a questo album seguendo un criterio che uso spesso: il titolo. non sempre ci prendo, ma di solito sì. ecco quindi che, guidata dalle suggestioni evocate da svegliandosi in un grazioso stordimento (pressappoco: l'inglese in questo caso funziona meglio) mi sono letteralmente tuffata in quest'esperienza musicale, testa e cuore liberi da preconcetti.
come suggerisce il titolo, ci si sveglia storditi dopo una sbornia, o un grande dolore, o un isolamento dal mondo che ci rende la ripresa di contatto con la realtà difficile e farraginosa.
è un disco di ritorno alla vita, fondamentalmente, e chi mi conosce sa quanto caro mi sia quest'argomento. una robusta seduta di psicoterapia che ti riporta su dopo che stavi per affogare. ma che si ferma un attimo prima del riaffioramento, in quel magico momento simile al dormiveglia in cui tutto sembra confuso ma che in realtà ospita picchi di lucida creatività e consapevolezza.
e la musica? direte voi. giustamente. la musica è al servizio di questo mood: musica che ha un suo passo, diverso da tutti gli altri, con le chitarre che anche qui omaggiano gli anni Novanta (vedi Cronin, sopra) senza però eccedere in energia negativa, la voce da crooner imperturbato e sonnacchioso di Vile, i brani lunghi, quasi sfatti alla fine, della sostanza di cui son fatti i sogni (semicit.).
e poi questa frase, che vale da sola il disco: "I might be adrift but I'm still alert / Concentrate my hurt into a gold tone".
non è forse questa la grande lezione del dolore?
la migliore è: Goldtone
ma io ti consiglio anche: Pure Pain, Girl Called Alex, Never Run Away
Phosphorescent: Muchacho
a differenza del precedente, questo album aveva tutte le premesse per respingermi: titolo kitsch, alias improbabile (più che di un cantautore sembra quello di un deejay acid house degli anni Novanta), copertina con due donnine semisvestite sullo sfondo. poi ho pure scoperto che si trattava di un album etichettato come "country rock con un piede nella modernità", e per me sarebbe morta lì.però leggevo recensioni entusiastiche ovunque, e mi sono incuriosita.
et voilà, la bellezza.
perché l'album del signor Matthew Houck usa il country come pretesto, come trama di seta su cui innestare un percorso psicomusicale di rinascita e catarsi, voce splendida e grandi arrangiamenti.
un percorso che nasce dalle zone buie e impervie della coscienza, facendosi aiutare da espedienti "moderni" ed elettronici quasi dream pop, per giungere al sole accecante della rinascita, musicalmente più tradizionale ma non per questo meno emozionante, tra archi e cori gospel che caratterizzano il magnifico trittico finale.
se Kurt Vile risale in superficie ma ci racconta l'attimo prima del riaffioramento, Phosphorescent mette la testa completamente fuori dalla finestra, sole in faccia e aria pulita nei polmoni.
rinfrancanti entrambi, ma in modo splendidamente diverso.
la migliore è: A New Anhedonia
ma io ti consiglio anche: Song for Zula, The Quotidian Beasts, Down To Go
venerdì 28 giugno 2013
#184. music saves. episodio 10. R.E.M. or tunes for the saddest winter of my life
capita di vivere senza realmente vivere. di assolvere a tutte le funzioni primarie (respirare, mangiare, bere, dormire) ma di allontanarsi progressivamente da tutto ciò che ci rende umani: ridere, arrabbiarsi, gioire, disperarsi, amare. la vita diventa come il mare in un giorno senza vento, e ci scivola addosso, rotolando per inerzia.
il primo anno di università fu per me proprio questo: un angosciante anno di non vita, un buco nero di ricordi, qualcosa che forse non è capitato realmente, o forse sì, tanto era uguale.
non so come, ma la fine del travagliato periodo del liceo mi lasciò in assoluta balia di me stessa: non c'era più alcun alibi, nessun lupo cattivo a cui dare la colpa.
mi iscrissi alla facoltà di lingue forte di una scelta presa fin da quando avevo 14 anni. però, nel profondo di me stessa, non c'era più quella sicurezza, quell'assoluta convinzione. l'ombra del dubbio iniziava ad allungarsi su di me ma io la ignoravo, impaurita dalle possibili conseguenze.
ero rimasta quasi sola. e più rimanevo sola, più mi ritraevo sconfitta nel mio guscio.
e, musicalmente parlando, ero più confusa che mai.
l'anno precedente era stato sereno, e come in tutti gli anni sereni della mia vita avevo lasciato che la musica rimanesse sullo sfondo, che non mi impegnasse troppo: avevo altro da fare.
l'anno precedente era stato sereno, e come in tutti gli anni sereni della mia vita avevo lasciato che la musica rimanesse sullo sfondo, che non mi impegnasse troppo: avevo altro da fare.
in realtà tutto questo, come già accaduto in precedenza, non era altro che il presupposto di un ripiegamento che mi avrebbe portato a ritrarmi in un altro guscio, fatto di suoni.
nell'ottobre del 1998, infatti, uscì il primo singolo degli R.E.M. come trio: Daysleeper. un brano splendido, malinconico, notturno. amavo già da tempo gli R.E.M. ma stavolta fu diverso. era come se quel loro perdere un pezzo, diventare improvvisamente un trio, mi ricordasse di tutti i pezzi che mi ero lasciata alle spalle: le compagne di classe con cui avevo perso i contatti, la casa piccola e mai amata da cui avevo appena traslocato, le mie giornate da liceale, così organizzate e prevedibili e rassicuranti. non c'erano più mostri da sconfiggere, eppure anche questo mi mancava.
e allora, come si ripensa da capo una vita così regolare, anche nelle sue brutture?
come si continua a essere una grande band anche se l'amico di una vita ha deciso di tirarsi fuori?
come si continua a essere una grande band anche se l'amico di una vita ha deciso di tirarsi fuori?
si fa uscire un disco come Up.
tuttora ho delle difficoltà nel giudicarlo. bello? brutto? non saprei. sicuramente era l'unico disco possibile in quel momento per gli R.E.M.
cercano di sostituire Bill, il batterista, nel modo migliore che credono: con dei turnisti o con le drum machine. è qualcosa di nuovo, di imperfetto, ma sono ancora loro, ed è un modo per dire siamo ancora qui.
ecco come nasce l'amore per degli artisti. quando da semplice intrattenimento diventano chiave per capire la tua vita.
divenni monomaniacale. spendevo tutti i miei pochi risparmi nel recuperare la loro ricca discografia. imparai tutte le loro canzoni a memoria.
passai l'inverno più triste della mia vita e la loro musica mi fu unica, preziosissima compagna.
passai l'inverno più triste della mia vita e la loro musica mi fu unica, preziosissima compagna.
e, ancora una volta, fu la musica a salvarmi. e ad aiutarmi a resistere, a superare anche quel momento.
così venne la primavera.
ripartirò anch'io, lascerò molte cose alle spalle, uscirò dalla mia comfort zone. zoppicherò ma saprò ancora camminare, come ancora sa camminare un cane senza una zampa (semicit.).
presi carta e penna e scrissi una lunga lettera a una mia compagna di liceo, una di quelle che con più dispiacere avevo perso di vista.
mi ricontattò.
cominciai a uscire con alcune compagne di università.
d'estate andai a vedere gli R.E.M. a Bologna con mio padre, in una caldissima giornata di luglio.
ricominciai a vivere.
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lunedì 17 giugno 2013
#183. be inspired: Jessie Ware. Devotion
Voglio tornare a parlare di musica con una certa sistematicità, e mi piace l'idea di farlo dedicando questo comeback post a un'artista scoperta pochi mesi fa, ma già entrata a pieno titolo tra i miei artisti favoriti.Infatti, in un panorama musicale schizofrenico finalmente normalizzato dal bombastico exploit di Adele, dopo anni di porno pop femminile di poca sostanza artistica, l'arrivo di una artista come Jessie Ware, britannica anche lei ma di poco più vecchia, conforta e incoraggia. Diversa pur in una continuità di gusto soul declinato con classe e personalità, Jessie ha infatti carisma e voce più discreti ma non per questo meno affascinanti.

I paragoni con Sade si sono sprecati, riferendosi sia a un impianto musicale elegantissimo, sensuale e soul, sia a quell'immagine da cocktail bar anni Ottanta che rese iconica la cantante anglo-nigeriana: capelli nerissimi tirati indietro, femminilità discreta, magari un Martini in mano e il partner reduce da un business meeting.

In realtà, non è solo Sade il paragone che è stato scomodato: si cita infatti la Whitney Houston più raffinata, la ballabilità e lo spirito frizzante e malizioso di Lisa Stansfield così come l'Eighties soul alla Marvin Gaye.
Partendo da questi presupposti, Jessie riesce comunque a far emergere le sue grandi doti interpretative e a rimanere ancorata alla modernità strizzando l'occhio a generi come il dubstep e il dream-pop e in qualche modo nobilitandoli e privandoli di quella patina di banalità tipica delle mode del momento.
Date queste premesse, è facile comprendere perché il debutto di Jessie Ware, l'album Devotion, abbia raccolto giudizi entusiastici ovunque.

Giunta quasi per caso a incidere la parte vocale per un brano di SBTRKT, progetto musicale del DJ e producer Aaron Jerome, si fa notare per la voce potente e la sicurezza dell'interpretazione. Detto, fatto: contratto con una major, strategia di marketing ben congegnata, styling rigoroso e riconoscibile, gran team di autori e producers.
Il risultato: un disco compatto e coerente, dotato di fortissima personalità, un debutto già sorprendentemente maturo. E così troviamo il pop/soul un po' Whitney un po' Sade di Sweet Talk e Running ma anche il dubstep di 110%, una canzone minimale e leggera che sembra fatta di aria.
C'è la grande ballata pop di Wildest Moments che paga magnificamente pegno a Florence + the Machine (non a caso: l'autore è lo stesso) e il conturbante tono dark di Swan Song. C'è il modernissimo gospel dark di Taking In Water, commovente e intensa, e i ritmi hip hop di No To Love. Tutto è al posto giusto, le chiavi di lettura sono l'eleganza, la misura e la riconoscibilità, e colpisce soprattutto la cura del dettaglio ravvisabile in ogni aspetto di questo progetto, dalle canzoni all'artwork, ai video, allo styling. Non farà i numeri roboanti di Adele perché rivolta a un target più ristretto, ma la sorprendente maturità di Jessie Ware promette di renderla un personaggio musicale di assoluto rispetto capace di ripulire ulteriormente l'immagine del pop femminile, troppo maltrattata da strategie di vendita rivelatesi poi suicide.
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