Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

Mille occasioni di festa feat. Beyoncé

mercoledì 17 marzo 2010

Occasione di festa numero 18.

Quest'ultima settimana si sta rivelando decisamente faticosa. Pensieri, malumore, vecchi ricordi brutti, scazzi sul lavoro con qualche cliente non proprio di basso profilo (riferendomi alla sua educazione, ça va sans dire).
Ma comunque.
Sarà tutto questo, o saranno le due riflessioni qui sotto ad avermi riacceso certe memorie che credevo di aver riposto nel mio personale sottosuolo?

Eccole qui, le riflessioni:

e


Perché alla fine avere la possibilità di guardarsi dentro, di fare la pace con ricordi e situazioni vissute, o anche solo sapere di non essere soli può essere un'occasione di festa. Con una necessaria premessa malinconica e dolorosa.

Quelle due riflessioni, incrociate e opportunamente adattate, sono la storia della mia vita negli ultimi anni. Una storia personale inserita in un più ampio quadro generazionale.
Per me è molto difficile fare la pace con quello che mi è accaduto. Però, forse, parlarne mi libererà da un peso, sarà una boccata d'ossigeno.
E servirà a qualcuno per sentirsi meno solo, così come mi sono sentita io leggendo soprattutto dell'esperienza di Morgan (vd il primo link qui sopra).

Io mi sono laureata in Lingue nel novembre 2005. Russo e polacco. I primi mesi dopo la laurea, nessuna risposta ai (centinaia di) curricula. Poi, la decisione di investire il mio tempo studiando l'inglese e frequentando un corso di tecniche editoriali. Qual era il mio sogno? Fare la traduttrice, o comunque lavorare in una casa editrice, dedicarmi all'editing, alla correzione di bozze. Sono una persona metodica e precisa e mi vedevo tagliata per quel tipo di occupazione. Dopo il corso di editoria, mi viene data la possibilità di fare tre mesi di stage presso la redazione di un portale dedicato all'arte contemporanea. Non vi dico l'entusiasmo. Piccolo problemino: avrei lavorato gratis, full time. Ma sì, mi sono detta: "mi devo fare le ossa".
L'ambiente è carino, il capo è giovane, i colleghi simpatici e più o meno nella mia stessa situazione. Sostanzialmente mi occupo di data entry: inserire i dati nel portale, aggiornare il database insomma. Di correzione di bozze ne vedevo poche, di editing idem, di traduzioni forse qualcuna in più. Certo, non era proprio quello che speravo. Ma vuoi mettere che fico, lavorare in una redazione? Partecipare alle fiere? Lavorare all'interno di una galleria d'arte?
Dopo due settimane, mi viene proposto di sostituire una delle impiegate che si era appena licenziata: si parla di 800 euro al mese, ma ovviamente allo scadere dello stage. Quindi, altri due mesi e mezzo gratis, ma con le responsabilità e le mansioni di chi ne prendeva 1000. Beh, ottimo, mi dicevo, c'è una prospettiva di rimanere, di fare una bella esperienza, di mettermi alla prova. Poi mi farà il contratto e magari, pian piano, aumenterà lo stipendio.
Scadono i tre mesi e il primo stipendio, tanto per iniziare, arriva con 2 settimane di ritardo. Si parla di contratto, a progetto ovviamente, ma nessuna bozza viene sottoposta alla mia attenzione. Passano i mesi. Cambiamo ufficio. D'estate, nel bel luglio torrido, i miei capi (perché son diventati due: lui e la compagna) decidono di andare in ferie, nel bel mezzo del lavoro, appioppando a me e all'ultimo collega rimasto il loro gatto, che per l'isteria d'essere rimasto solo ogni tanto pensa bene di scagazzare sulla scrivania. Laureata, quattro lingue, a pulire la merda del gatto (scusate, ma di questo si trattava). Gli stipendi continuano ad arrivare in ritardo, il capo è sempre più di malumore, ma a marzo era nata la rivista cartacea del portale, da gennaio avevo iniziato a scrivere articoli miei, mi sentivo in gioco, mi piaceva infinitamente il mio lavoro. Sopportavo per amore dei miei sogni, quello che facevo andava oltre ogni più rosea aspettativa.
Però il contratto ancora non c'era, l'ufficio era freddo perché il riscaldamento è rotto e non viene riparato, coi capi il rapporto è fin troppo amichevole ed è facile per loro dirti che sono messi male, che di soldi non ne hanno neanche per loro, cosa fai, gli chiedi dello stipendio o del contratto? Ma no, poverini.
"Ah, ma vi farò il contratto, vorrei anche farvi l'aumento e mi sto informando per i ticket restaurant". Questo a settembre.
Poi, verso l'autunno, inizia il malumore. Non siamo convinti, non ci crediamo, non ci diamo abbastanza alla causa. Ovviamente noi sottoposti. Un giorno prima della fiera di Artissima, ho il primo attacco d'ansia della mia vita. Lo stipendio di agosto era arrivato a ottobre, l'ufficio era gelido, dovevamo sopportare la presenza dei due cani della coppia, il clima era diventato teso.
Iniziano a esserci le prime serie rimostranze sul mio lavoro.
Io ho smesso di chiedere, di sperare, di sognare.
A gennaio, cambiamo di nuovo ufficio. Il vecchio collega non c'è più, mandato via senza preavviso. Ce ne sono due nuovi, entusiasti proprio come ero io all'inizio.
Al primo attacco d'ansia ne sono seguiti altri, mi è venuta la colite nervosa, sono sempre di umore pessimo, faccio il mio lavoro sempre peggio.
Lunedì 18 febbraio 2008 vengo pesantemente redarguita davanti ai colleghi perché non ci credo abbastanza, non sono aggressiva; mi verrà chiesto un sempre maggiore coinvolgimento nella causa ma alle stesse condizioni, perché soldi non ce n'è: "poi sta a voi fare le dovute valutazioni, mettere tutto sul piatto della bilancia". A un certo punto non ascolto più, il mio cervello si scollega. L'ultima cosa che ricordo è la frase del capo: "Sara che c'è, ti vedo pallida". Ridacchiando ironico.
La sera torno a casa, e da quel momento, per tutta la settimana, avrò attacchi isterici in successione. Poi diventeranno depressione, con punte di panico.
Il medico di base mi dice di stare a casa almeno due settimane: "eccessivo stress". Dopo due settimane, le cose non cambiano. Avviso che non tornerò più al lavoro. Nessuna telefonata da parte loro, non un insulto, oppure un chiedere perché, o come stai.
Ho dato la salute per loro. Ho dato la dignità. Ho dato i sogni. Ho dato una parte significativa della mia vita. E questa è la loro reazione.
Decido comunque di avere ciò che mi spetta, e, con l'aiuto dei miei genitori, mi rivolgo a un avvocato. Mio padre sarebbe andato fino in fondo, gli avrebbe fatto causa. Io non ce la facevo, psicologicamente. Però in sede di direzione provinciale del lavoro vengono riconosciute le mie ragioni.
Il risultato di tutto questo?
Un anno di psicoterapia, l'esperienza della depressione, dell'ansia, degli psicofarmaci; il confronto con me stessa e le mie zone più buie. Un anno e quattro mesi senza lavorare, perché alla parola "lavoro" ero paralizzata dal terrore. E oggi, un lavoro dignitoso in un call center per cui non guadagno che seicento euro al mese. Ho trentun anni, convivo con una persona splendida, devo molto all'aiuto dei miei genitori, ma non ho grandi prospettive. Il sogno continuo a coltivarlo, ma è faticosissimo: fidarmi del lavoro e delle persone mi causa uno sforzo anormale. So di valere, ma spesso i vecchi fantasmi ritornano, e mi spezzano le gambe. Guardo un mondo di cui non faccio più parte e infine mi chiedo cos'è che realmente voglio. Rimetto in discussione tutto, cerco solo di godere di ogni attimo di serenità che riesco a conquistarmi con fatica e disciplina.
L'ansia non è scomparsa, convivo con una costante tendenza alla depressione.
Però sono ancora qui, e non so dove sarò domani.
Quando smetto di chiedermelo, sto meglio.
Ma non sempre è tutto così semplice.

6 commenti:

  1. Grazie di questa tua testimonianza Sara, dobbiamo parlare di queste cose, altrimenti il sistema non cambia. Un'illusione? Forse, ma almeno ci si prova.
    Un abbraccio,
    Morgan

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  2. Sara, so quello che hai passato. In parte l'abbiamo vissuto insieme. Ma so anche il modo straordinario con cui ti sei rialzata, con tanta pazienza e serietà. Forse senza questo incidente non avresti scoperto cose di te fondamentali. E poi non è certo finita qui la vita, chissà ancora quante occasioni avrai. E' vero, non è semplice. Ma nemmeno impossibile. N.

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  3. Mannaggia, mi commuovo. Grazie.

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  4. ... e comunque, senza quell'esperienza, amica mia, non ti avrei mai conosciuta!

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