
Olafur Eliasson, The sun has no money (Il sole non ha soldi), 2008
Ho imparato con la mia banalissima esperienza che la vita è nel momento presente, e che i ricordi devono essere tenuti in un angolino piccolissimo (un'amica direbbe: quadratino infinitesimale) della nostra esistenza. Non possono diventare un rifugio dalla realtà né, tantomeno, impedirci di proseguire nel nostro percorso.
Io ho fatto quest'ultimo errore. E, nel concreto, non riuscivo più ad approcciarmi all'arte contemporanea, quindi leggere riviste a tema, andare alle fiere, visitare mostre e musei. Soprattutto il Castello di Rivoli era la mia personale madeleine, un luogo della memoria che però suscitava in me sgradevolissime sensazioni. Avevo chiuso questa porta, che tante opportunità mi aveva dato in precedenza, perché ritenevo che mi fosse stata sbattuta in faccia con tutta la violenza possibile. Ora, posto che proiettarmi sul futuro mi costa una fatica titanica (vd. post precedente a questo), non ritenevo giusto precludermi anche solo la possibilità di andare in un certo posto perché questo mi ricordava cose brutte. Così, un paio di settimane fa, senza programmarlo siamo andati proprio al Castello di Rivoli.
Entrarci è stato un tuffo al cuore, lo ammetto.
Poi sono entrata nella stanza di Olafur Eliasson, che è l'artista contemporaneo che amo di più.
In un attimo è come se nella mia mente fosse spirato un verto fortissimo, di quelli che spazzano via tutte le nuvole, però non freddo, un vento di phon, tiepido e avvolgente proprio come una copertina di cachemire. Ho sgranato i miei occhioni da bambina e ho capito che ce la potevo fare, che è un altro nodo era stato sciolto, che avevo vinto io, ancora una volta.
quadratino infinitesimale: hehe ^^ un abbraccio.
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